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15 Tesi per la sinistra
Per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua
1. Dopo
la disastrosa sconfitta elettorale e la cancellazione della sinistra
in Italia si è posta l’esigenza inderogabile della sua rinascita. Il
rischio, in caso contrario, è la sua scomparsa dal panorama politico
del paese per un lungo periodo.
2. Da
allora, in pochi mesi, sono avvenuti eventi che hanno mutato
profondamente la situazione, sia a livello mondiale, che del paese;
sia nella sfera dell’economia, che in quella sociale, che in quella
politica (seppure in questo caso lontano dall’Europa, come per la
vittoria di Barak Obama). Ognuno di questi mutamenti, e tutti insieme
reclamano una nuova, radicalmente nuova, presenza della sinistra in
Italia e in Europa, rendendo persino più acuta l’esigenza, già emersa
drammaticamente dopo il voto, di mettersi al lavoro per riempire un
vuoto orribile.
3.
Il
precipitare della crisi, che ha investito il capitalismo finanziario
globalizzato e che si estende dagli USA al mondo intero, sottolinea
duramente il vuoto di sinistra in Europa e propone, in tutta la sua
portata storica, il tema della costruzione di una sinistra europea. E’
stato detto giustamente che, se non sa mettere in campo, di fronte a
questa crisi, una proposta di politica economica alternativa a quella
dei governi, la sinistra non esiste.
4. La
risposta alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato è dunque
un banco di prova obbligato, tanto più per le spaventose conseguenze
sociali e di pesante ristrutturazione del lavoro che, in sua assenza,
si produrrebbero. Una traccia di proposta è già presente nel mondo
degli economisti critici. La necessità del sistema di ricorrere
all’intervento pubblico porta la contesa sulla natura dell’intervento
pubblico e del ruolo dello Stato. Una proposta della sinistra dovrebbe
cogliere l’occasione davvero straordinaria per rivendicare un
intervento pubblico nell’economia finalizzato ad una prima riforma di
quel modello di sviluppo che ha generato la crisi attuale, per andare
nella direzione di un modello alternativo di economia più equa, più
ecologica e meno instabile. L’intervento pubblico dovrebbe perciò
essere massiccio, quanto precisamente finalizzato. E’ stato
giustamente sottolineato che la sfida che si ripropone è sul cosa,
come, dove e per chi produrre. E’ concreta la possibilità di cogliere
l’occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un
piano del lavoro che faccia dello Stato il garante di una
programmazione per il pieno impiego e un lavoro di qualità che superi
la sua precarizzazione. Alla sua base vanno individuate, e scelte, le
grandi questioni irrisolte della società e i bisogni maturi e non
soddisfatti. La guida di questa svolta nella politica economica sta
nella organizzazione della domanda dove più stretta è la relazione tra
le problematiche economiche, quelle della qualità e stabilità del
lavoro e quelle ecologiche, per costruire delle risposte che
sollecitino uno sviluppo qualificato della ricerca, della ricerca
applicata, della tecnologia e di nuove forme di organizzazione del
lavoro. La dimensione necessaria per questa riforma della politica
economica è certo quella europea, ma già il livello nazionale va
investito da una forte iniziativa politica e sociale. L’occasione è
quella di una terribile difficoltà, ma anche quella propizia alla
rinascita della sinistra, nel cimento su un passaggio così difficile.
Si tratta ora di immettere questo schema di proposta con forza nel
dibattito e nello scontro politico. Su questa traccia va
contemporaneamente messa all’opera una comunità scientifica allargata,
all’esperienza sociale in primo luogo, da cui nasca una proposta
condivisa che possa entrare in relazione con tutti i fronti di lotta.
5. Il
movimento di lotta di queste ultime settimane di straordinaria
mobilitazione nella scuola ha dimostrato quel che si doveva già
sapere, che nessun consenso di opinione mette al riparo i governi
dall’insorgere del conflitto sociale, ma, contemporaneamente, ci fa
scoprire una nuova dimensione possibile del conflitto, quella della
sua indipendenza dalle forze politiche e della sua irrappresentabilità.
Si tratta di un movimento del tutto inedito, assai diverso non solo da
quelli del ’68 e del ’77, ma anche da quello della Pantera, un
movimento diverso per composizione, organizzazione e forme di crescita
anche dal movimento altermondista. Esso promuove l’azione collettiva
della popolazione di un comparto della società, qui la scuola, sulla
base della denuncia della lesione di un suo diritto condiviso. Avevamo
già visto che senza la sinistra non c’è opposizione politico-sociale,
ora impariamo che neppure l’opposizione sociale rimette più in piedi
la sinistra. Si sono consumate tutte le rendite di posizione della
politica. Senza un’idea di sé, del suo rapporto con i movimenti e con
la società la sinistra non esiste e non rinasce.
6. Il
lavoro sarà investito da una nuova fase di ristrutturazione promossa
dalla crisi, e sulla base della recessione e dell’attacco
all’occupazione. Il padronato si prepara a gestirla facendola
precedere da un a-fondo sul sistema contrattuale con lo scopo di
ridurre non solo il lavoro, ma anche il sindacato a variabile
dipendente della competitività aziendale. Sebbene possa sembrare
troppo radicale ed estremista, l’obiettivo confindustriale è proprio
quello di cancellare l’autonomia rivendicativa e contrattuale del
sindacato per sostituirlo con la sua istituzionalizzazione
neocorporativa: un cambio della sua natura per sottomettere
“definitivamente” il lavoro all’impresa e al capitalismo. Cambiano,
anche assai profondamente, i cicli economici e la composizione del
lavoro, ma il lavoro, la contesa sul lavoro e la soggettività delle
lavoratrici e dei lavoratori, cioè il concreto manifestarsi delle
lotte di classe, torna come uno degli snodi decisivi per l’esistenza
della sinistra. Non c’è nessun automatismo né alcuna esclusività da
proporre, né alcuna collocazione gerarchica da rivendicare rispetto ad
altre contraddizioni, prima tra tutte quella ambientale. Semplicemente
senza una sua politica su questo snodo la sinistra non esiste. La
stessa questione sindacale acquista un peso del tutto particolare sia
rispetto alla questione sociale che a quella politica. Se
la CGIL si sottrarrà all’esito
voluto dalla Confindustria e dal Governo niente rimarrà come è stato
dal 1992 ad oggi, e comincerà una nuova seppur difficile storia del
sindacato e del conflitto di lavoro in Italia.
7. Sia
che si guardino le già grandi novità intervenute, dopo la storica
sconfitta, dal punto di vista strutturale che dal punto di vista dei
processi politici, si vede emergere quale tema prioritario, connesso
con la questione delle proposte sulla natura del nuovo intervento
pubblico nell’economia, quello dell’efficacia dell’opposizione ai fini
di impedire che il cerchio si chiuda, con l’irreversibile
cancellazione per l’intero medio periodo della sinistra e con la
sistematica separazione tra il sociale e il politico, tra la vita
delle persone e la politica. La qualità e l’ampiezza dell’opposizione
debbono porsi all’altezza di un disegno regressivo di restaurazione
che vede progressivamente soppiantare la Carta fondamentale della
Repubblica da una costituzione materiale che ne rovescia il senso,
facendosi accompagnare da una rivoluzione conservatrice guidata dalla
nuova destra. L’esito di un “regime leggero”, a fondamento di un
assetto a-democratico della società, può essere impedito solo da
un’opposizione di sinistra, popolare, di massa e capace di risalire,
per metterle in discussione, alle cause strutturali del disagio
sociale e della crisi economica. Ripensare a fondo l’agire collettivo,
attivare tutte le forme della democrazia partecipativa, andare a
lezione dai movimenti emergenti, rivoluzionare la grammatica dei
rapporti tra forze politiche e movimenti, scegliere i tempi e i modi
di proprie campagne di mobilitazione e di lotta che facciano venire
alla luce potenzialità latenti, far coesistere esperienze diverse solo
disposte a riconoscersi reciprocamente, rileggere le esperienze di
democrazia diretta a partire dall’uso mirato del referendum,
costituire autonomi comitati di scopo, sono solo alcune delle pratiche
necessarie di un piano di lavoro politico che associ chiunque ci stia
sulla base della selezione politica operata unicamente dalla
condivisione dell’obiettivo.
8. Era
già evidente dopo la sconfitta che la rinascita della sinistra sarebbe
dovuta essere in realtà un cominciare da capo. Tutto ciò che accade
avvalora questa tesi. Il rinnovamento nella continuità, che sarebbe
stato possibile fino a ieri è oggi impossibile. Lo sarebbe stato, con
particolare forza, di fronte ai grandi passaggi storici mancati, come
la primavera di Praga, il ’68-’69, lo stesso ’89, per lo straordinario
accumulo di storia e di esperienze fin lì a disposizione e che
avrebbero potuto permettere un’uscita da sinistra dalle crisi del
movimento operaio. Allora sarebbe stato possibile quel che oggi non è
più possibile. Ancora, in tutt’affatto diverse condizioni, di fronte
al costituirsi del movimento altermondista, un’estrema possibilità si
era venuta proponendo alla politica. Ma oggi, dopo la sconfitta
storica e la scomparsa della sinistra politica come forza attrattiva,
questa ipotesi di lavoro non è più possibile. Quel che resta vivo dei
tentativi, anche coraggiosamente tentati di fronte ai precedenti
passaggi critici, è l’esigenza di fondo, quella di un’uscita da
sinistra dalla crisi del movimento operaio. Ma ora è necessario che
sia un’uscita da sinistra capace di essere praticata da nuove grandi
organizzazioni politiche. La sinistra di cui c’è bisogno è perciò una
sinistra di società, cioè capace di essere portatrice di una rinnovata
critica del modo di produzione capitalistico e di un’alternativa di
società e, contemporaneamente, per forza organizzata, capace di
influenzare il corso generale in atto e le scelte della politica: una
forza politica di cambiamento e di trasformazione.
9. Ricominciare
politicamente da capo per ricostruire la sinistra in Italia e in
Europa non vuol dire contrarre la malattia del nuovismo che è
un’apologetica dell’innovazione che ora si fa addirittura grottesca di
fronte ad una realtà come quella attuale che fa dire come scriveva
Gorz “Non è un capitalismo in crisi, ma è la crisi del capitalismo che
scuote profondamente la realtà". Essa genera a sua volta una crisi di
civiltà e un rischio per l’umanità tutta. Un’adesione all’attuale
modernizzazione è semplicemente insensata. Né vuol dire essere
dimentichi del passato. Il movimento operaio del ‘900 è il mondo da
cui veniamo. Delle tre grandi direttrici su cui si è sviluppato, la
prima è morta nella tragedia, ed è quella che, sulla rottura
rivoluzionaria, ha fondato la costruzione dello stato e di ciò che è
stato chiamato il comunismo reale; la seconda è molto, molto malata,
ed è quella che, in tutta la seconda metà del secolo, specie in
Europa, ha continuato a porsi il tema della trasformazione della
società capitalista diventando protagonista del compromesso
democratico dei 30 anni gloriosi; la terza è ancora vitale (anche per
la conferma, seppur anche spiazzante, che le viene dalle grandi
mutazioni di cui il capitalismo è capace per riconfermarsi) ed è il
nucleo forte della critica al capitalismo proprio dell’impianto
marxiano. Proprio in ragione della sua vitalità convince ancora la
tesi propagata da grandi intellettuali marxisti già alla fine del
secolo scorso di andare oltre Marx, tesi che pretende una duplice
opposizione, sia nei confronti di chi ne propone l’abbandono, sia di
chi ne propone una acritica nuova adozione. Si può pensare di mettere
a frutto la vitalità della teoria, consapevoli anche della sua
maturità, proprio cercando la relazione con due contraddizioni
altrettanto decisive nella critica al nuovo capitalismo totalizzante,
quella tra ambiente e sviluppo e quella di genere. Un forte spirito di
ricerca nella teoria critica del capitalismo dovrebbe alimentare una
tendenza culturale e politica necessaria, insieme ad altre, alla
rinascita politica della sinistra.
10.
Il
movimento operaio del Novecento vive dal ’17 agli anni ’80 su ciò che
è stato definita l’alleanza, o la fusione, tra la classe operaia e una
teoria, quella marxista-leninista. Per averne conferma basti pensare
soltanto al fatto che il partito comunista dalla storia nazionale
forse più autonoma di ogni altro, il PCI, modifica, nel suo statuto,
il riferimento al marxismo-leninismo solo nel 1979. Il peso
dell’alleanza in questo movimento operaio, quello del ‘900,
quand’anche in esso siano cresciute esperienze diverse, è forte e
innegabile. Ma questa non è la sola storia del movimento operaio
possibile. Né è stata la sola. Ce ne sono state di diverse già nel
corso della storia, si pensi al ciclo che precedette la Comune di
Parigi, e dunque altre ce ne potranno essere, sempreché lo
sfruttamento esistente sia considerabile politicamente significativo.
Ad un nuovo movimento operaio la sinistra dovrebbe lavorare, nel tempo
di una nuova rivoluzione capitalistica, anche modificando i contraenti
l’alleanza e la sua stessa base teorica. A richiedere un soggetto
capace di proporsi, su scala mondiale e in un processo storico, il
superamento del capitalismo è la natura di questo capitalismo
totalizzante, sono le forme concrete di sfruttamento e di alienazione
che esso genera e la sua attuale proprietà di fare innovazione e
contemporaneamente di produrre crisi di civiltà e di umanità. A questa
ricerca non può essere estraneo il processo di costruzione della
sinistra in Europa e in Italia che, tuttavia, deve disporre di
un’autonoma fondazione politica, quella della definizione di un
programma fondamentale in cui possano riconoscersi una molteplicità di
soggetti e una pluralità di culture politiche, capace di costituire,
come insieme, il fatto nuovo nella politica.
11.
In
politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una
comunità scelta parlano di un’identità, di un’appartenenza. In questo
nostro tempo l’identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice
dell’esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti
pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del
razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il
punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono
indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della
politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone
comuni e sanno trasmettere il senso dell’appartenenza ad un’impresa
comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa
dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il
programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da
maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per
definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il
programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro
salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la
ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il
programma fondamentale della sinistra, che non può che essere,
realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul
socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand’anche dichiarata
l’ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle
ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve
costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e
sarebbe, il caso dell’intervento sul nome di formazioni già esistenti
dove il rispetto della storia, delle storie che l’hanno animato e la
loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente
di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del PCI.
Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata
l’origine della politica di libertà e di giustizia nella storia
moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per
prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la
riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c’è
più la politica, non c’è più scelta, il clivage tra destra e sinistra.
La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia
da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza
politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di
fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà
e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di
cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle
dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra
latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto
alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del
continente si chiami comunista, nessuna dal PTT di Lula al MAS di Evo
Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.
12.
Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura
politiche sufficienti per questo necessario big - bang da cui possa
rinascere la sinistra. Il PD non è sinistra, e non per la composizione
della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del
suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all’arcobaleno di
sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria
per l’impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto
alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il
tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza
dall’esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della
ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una
nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata
imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La
situazione, prima caratterizzata dall’esistenza di due sinistre in
competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata
sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base
dell’analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la
rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla
base dell’analisi delle soggettività politiche in campo, quest’ipotesi,
matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la
democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba
essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche
scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa
in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e
politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati
per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del
lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla
recessione e all’attacco all’occupazione.
13.
Per affrontare
questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci
si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle
forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio
intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della
sinistra, ma ne contraddirebbe l’ispirazione di fondo. E’ l’ipotesi
secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni,
si dovrebbe sostituire il rapporto tra l’attuale PD e una forza alla
sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per
riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che
rappresenterebbe nient’altro che uno sviluppo moderato dell’attuale
situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola
verità interna ed è che, nella attuale immaturità della
ristrutturazione, deve essere perseguito l’obiettivo della costruzione
da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma
questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un
progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo
compito nella società italiana ed europea. L’ispirazione della sua
azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande
sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel
passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito
insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare
stagione. La cultura prevalente che l’ha promossa – governare la
globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente
moderna – non solo è all’origine del fallimento dei due governi Prodi,
ma è stata sepolta dall’esplodere della crisi del capitalismo
finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato
invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra,
dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre
egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società,
dell’economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi
masse.
14.
La
costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra,
così com’è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in
un’impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono
fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto
necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si
chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo
costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un
cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire
tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed
esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese
è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente
depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana,
sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un
patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra,
quand’anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere
a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo
tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola.
Nell’intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e
spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c’è il deposito di
resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non
trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in
un’impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di
domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C’è una sola
condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra
hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al
processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra,
per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre
qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente.
Non c’è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti,
quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni
cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica
diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica
dalla società e dai soggetti in essa attivi. L’impegno deve quindi, su
questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni
funzione di rappresentanza, fin dall’inizio del processo, deve essere
attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto
segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e
tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.
15.
La
sinistra deve avere l’ambizione di essere anche una comunità scelta,
un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della
persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di
partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue
relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di
autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo
di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre,
del consumare, del convivere e del fare politica. C’è, a questo fine,
da conquistare una sorta di precondizione, la rottura
dell’individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre
relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un
comportamento altruistico, almeno con uno improntato all’ “egoismo
maturo”, cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce
la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei
luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col
sostituire il troppo abusato “non sono d’accordo” con il “sono
d’accordo, ma…”. Alla riforma della soggettività da investire
nell’impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una
altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il
centralismo romanocentrico, figlio non più dell’esigenza nazionale di
una formazione compatta di combattimento, bensì della
“governamentalità” e della centralità delle istituzioni nella
politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve
saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni
strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa
l’esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma
fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva
lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la
contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza
(l’Italia delle cento città) che può indurre la politica a
ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati
manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la
ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta,
nell’organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un
modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli
dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda,
campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale
che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra
dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra
per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l’egemonia
nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della
riforma della società civile mediante la produzione di culture, di
pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni
civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al
primato dell’impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito
storico. E’ anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni
centralismo, che rinasce la sinistra.
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