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15 Tesi per la sinistra
Contributo di Fausto Bertinotti

 

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Liberazione, 10 dicembre 2008
 

Una riflessione a partire dalle 15 tesi di Bertinotti

Una sinistra unita e plurale
Ce lo chiede questa realtà

Franco Giordano

Bertinotti, con le quindici tesi, ha rimesso con i piedi per terra la discussione sulla sinistra. Ha tematizzato la sconfitta, che impone l'esigenza di ricostruire una cultura critica del capitalismo contemporaneo. Non ha rimosso le difficoltà drammatiche. Ha provato a delineare l'impianto culturale e teorico che dovrebbe costituire l'ossatura di una nuova soggettività della sinistra. Il quadro attuale è disarmante. La scena politica del paese è dominata da un Pd in clamorosa crisi, il cui segretario ha rivendicato una collocazione compiutamente neocentrista, e da un pulviscolo di formazioni alla sua sinistra tutte segnate da logiche minoritarie, testimoniali e pertanto socialmente ininfluenti. A occupare uno spazio politico vuoto rischia di esserci un grumo di culture giustizialiste, antipolitiche, populiste (variante della destra) condensato intorno a Di Pietro. Questo produce comprensibili sentimenti di scoramento e induce altrettanto comprensibili impazienze. Ma la giusta e urgente necessità di costruire una nuova soggettività unitaria e plurale della sinistra non può esimerci dall'obbligo di misurarci con le sfide attuali.
Una nuova sinistra, dice giustamente Bertinotti, non può nascere per condizionare questo Pd, per ricostruire un quadro di centro sinistra e per questa via riproporre, quasi subendo una coazione a ripetere, la prospettiva del governo come unica stella polare. "Il centrosinistra è finito". E' finito, cioè, il tempo delle politiche emendative del neoliberismo e del tentativo di governare la globalizzazione solo grazie all'innesto di classi dirigenti più moderne. E' finita la stagione in cui "temperare" era la parola d'ordine prevalente, l'unico orizzonte possibile.
E' in crisi un intero ordine economico e sociale. L'epicentro della crisi è nel cuore dell'impero, negli Usa, ma gli effetti si fanno sentire in maniera particolarmente devastante in Europa e più che altrove nel nostro paese. Gli americani hanno cercato una risposta al peso economico decrescente nelle gerarchie della globalizzazione in un progetto politico che si è coagulato intorno alla candidatura di Barack Obama. Questa candidatura ha innescato un processo di partecipazione e una richiesta di radicalità che rovesciano le caratteristiche di fondo del modello americano, quale lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Dopo i fallimenti drammatici degli ultimi anni, sotto la pressione di una crisi gravissima, un popolo prova così a ridefinire la propria percezione di sé e costruisce una nuova narrazione politica. Vedremo, senza enfasi, gli sviluppi della presidenza Obama, ma almeno la diffusa domanda di partecipazione è già un dato certo.
Siamo dunque di fronte a un cambio di fase che spiazza il Pd ed espianta le sue stesse radici fondative: plebiscitarismo, "rivoluzione passiva" (come l'avrebbe definita Gramsci), cancellazione di ogni forma di protagonismo sociale. In Italia c'è un importante risveglio sociale che veicola le stesse richieste di protagonismo e partecipazione, ma, a differenza, che negli Usa, non esiste da noi una adeguata narrazione politica. Scontiamo qui l'assenza della sinistra e l'impossibilità del Pd di raccogliere la radicalità del movimento degli studenti e del conflitto delle lavoratrici e dei lavoratori.
In Italia la Confindustria cerca, nel vivo della crisi, non solo di accaparrare risorse finanziarie ma anche di modificare in maniera strutturale e irreversibile la morfologia dei poteri sociali. L'attacco alla struttura contrattuale mina la possibilità di praticare un'autonomia nella percezione di sé e nella stessa pratica conflittuale del movimento operaio, dal momento che nega ogni forma di solidarietà e subordina ogni rivendicazione agli imperativi delle compatibilità d'impresa. Lo sciopero generale del 12 dicembre, proclamato dalla Cgil, è di vitale importanza. Il Pd non è in grado di sostenerlo politicamente, anche perché gli è venuto a mancare uno dei suoi principali capisaldi strategici, la creazione di un sindacato unico ad egemonia cislina. A sinistra, permangono diffidenze di natura direi quasi "preventiva", che impediscono di investire senza remore sulla rivendicazione di autonomia contrattuale della Cgil. Sia chiaro: nessuno garantirà mai l'irreversibilità del percorso avviato dalla Cgil, ma la sinistra non può che impegnarsi a fondo in un passaggio così decisivo.
Il movimento degli studenti non ha solo espresso la contestazione dei tagli della riforma Gelmini, che per quantità segnalano un'accelerazione nel processo di privatizzazione del sapere, ma ha anche messo in campo una critica della restaurazione autoritaria in atto e soprattutto ha espresso la necessità di ricostruire un sapere critico, che, in sintonia con i contenuti del conflitto sociale, indica una possibile uscita dalla crisi opposta a quella delineata dalle destre e da Confindustria.
Investimento sulla ricerca e su un diverso modello anche culturale di formazione pubblica, contrasto aperto al dilagare del precariato, retribuzioni dignitose, mutamento del paradigma produttivo riportandone al centro la compatibilità ambientale: in una parola, il ritorno della programmazione come alternativa alla logica della competitività di prezzo nello scenario globale.
La regressione di settori significativi della sinistra nel rapporto con gli studenti è tale da non permetterle di cogliere gli elementi innovativi nella loro rivendicazione gelosa di autonomia, riproponendo anzi una logica antica di sovrapposizione identitaria e strumentale che cancella d'emblai l'acquisizione di internità senza pretese di egemonia ai movimenti maturata nel corso delle giornate di Genova. L'esito di questo approccio non può che essere una sostanziale estraneità, che ci consegna per intero al rischio di un rapporto dello stesso movimento col Pd in chiave puramente utilitaristica e connessa agli aspetti più marginali e meno strategicamente rilevanti, secondo il tipico modello "lobbistico" americano.
Come si vede, l'urgenza della sinistra è dettata dal contesto di realtà. Essa, come ci spiega Bertinotti, deve essere ricostruita a partire da un'idea di rifondazione del movimento operaio e da una critica al capitalismo contemporaneo che si nutre del conflitto capitale-lavoro colto nelle sue forme attuali e allo stesso tempo, senza più vagheggiare gerarchie improprie, del conflitto di genere, vale a dire della pratica del pensiero della differenza, della critica dell'aggressione capitalistica all'ambiente e alla natura, del contrasto alla colonizzazione delle menti. In ballo c'è né più né meno che la possibilità di ridefinire una cultura della trasformazione riconiugando lo scarto, esiziale per l'antico movimento operaio, tra uguaglianza e libertà. Questo nuovo soggetto non può che ricostruire in nuce un'idea di socialità, di "accoglienza", di confronto e di partecipazione democratica, superando i veleni e le tribali contrapposizioni tipiche del partito novecentesco. Non può che costruire la propria forza e la propria esperienza valorizzando i territori e le loro diverse modalità, rovesciando dunque piramidi autoritarie e abissi di incomunicabilità.
Non si dà nuovo soggetto della sinistra senza l'ambizione e la capacità di muoversi a questo livello. Dobbiamo tuttavia misurarci anche con le strettoie dell'oggi. Il rischio è che, in scadenze elettorali di tipo nazionale, la frammentazione in particelle sempre più rarefatte di formazioni politiche si risolva nella cancellazione definitiva di tutta la sinistra d'alternativa. Proprio perché si vuole ridurre il peso e il significato della scadenza elettorale in quanto tale e rifuggire da ogni tentazione di politicismo, pur se mascherato dietro la rivendicazione di vecchie e nuove identità, sarebbe utile definire, come ha proposto Mario Tronti, tra tutti una lista elettorale unitaria segnata da un possibile programma minimo comune. Altrimenti mi pare molto plausibile il ritorno, per vie surrettizie, del voto utile e "dannoso" a favore del Pd e dell'Idv. Oppure una cronicizzazione della disaffezione astensionista. Questa ipotesi unitaria lascerebbe inalterate le diverse opzioni strategiche. E' in ciò, esplicitamente, la diversità con l'ipotesi fallita della Sinistra Arcobaleno. Servirebbe un soprassalto di responsabilità, senza il quale quelle distinte opzioni strategiche rischiamo, tutti, di non essere più in grado neppure di formularle trovando qualcuno disposto all'ascolto.