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Una riflessione a partire
dalle 15 tesi di Bertinotti
Una sinistra unita e plurale
Ce lo chiede questa realtà
Franco Giordano
Bertinotti, con le quindici tesi, ha rimesso con i piedi per terra la
discussione sulla sinistra. Ha tematizzato la sconfitta, che impone
l'esigenza di ricostruire una cultura critica del capitalismo
contemporaneo. Non ha rimosso le difficoltà drammatiche. Ha provato a
delineare l'impianto culturale e teorico che dovrebbe costituire
l'ossatura di una nuova soggettività della sinistra. Il quadro attuale è
disarmante. La scena politica del paese è dominata da un Pd in clamorosa
crisi, il cui segretario ha rivendicato una collocazione compiutamente
neocentrista, e da un pulviscolo di formazioni alla sua sinistra tutte
segnate da logiche minoritarie, testimoniali e pertanto socialmente
ininfluenti. A occupare uno spazio politico vuoto rischia di esserci un
grumo di culture giustizialiste, antipolitiche, populiste (variante
della destra) condensato intorno a Di Pietro. Questo produce
comprensibili sentimenti di scoramento e induce altrettanto
comprensibili impazienze. Ma la giusta e urgente necessità di costruire
una nuova soggettività unitaria e plurale della sinistra non può
esimerci dall'obbligo di misurarci con le sfide attuali.
Una nuova sinistra, dice giustamente Bertinotti, non può nascere per
condizionare questo Pd, per ricostruire un quadro di centro sinistra e
per questa via riproporre, quasi subendo una coazione a ripetere, la
prospettiva del governo come unica stella polare. "Il centrosinistra è
finito". E' finito, cioè, il tempo delle politiche emendative del
neoliberismo e del tentativo di governare la globalizzazione solo grazie
all'innesto di classi dirigenti più moderne. E' finita la stagione in
cui "temperare" era la parola d'ordine prevalente, l'unico orizzonte
possibile.
E' in crisi un intero ordine economico e sociale. L'epicentro della
crisi è nel cuore dell'impero, negli Usa, ma gli effetti si fanno
sentire in maniera particolarmente devastante in Europa e più che
altrove nel nostro paese. Gli americani hanno cercato una risposta al
peso economico decrescente nelle gerarchie della globalizzazione in un
progetto politico che si è coagulato intorno alla candidatura di Barack
Obama. Questa candidatura ha innescato un processo di partecipazione e
una richiesta di radicalità che rovesciano le caratteristiche di fondo
del modello americano, quale lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
Dopo i fallimenti drammatici degli ultimi anni, sotto la pressione di
una crisi gravissima, un popolo prova così a ridefinire la propria
percezione di sé e costruisce una nuova narrazione politica. Vedremo,
senza enfasi, gli sviluppi della presidenza Obama, ma almeno la diffusa
domanda di partecipazione è già un dato certo.
Siamo dunque di fronte a un cambio di fase che spiazza il Pd ed espianta
le sue stesse radici fondative: plebiscitarismo, "rivoluzione passiva"
(come l'avrebbe definita Gramsci), cancellazione di ogni forma di
protagonismo sociale. In Italia c'è un importante risveglio sociale che
veicola le stesse richieste di protagonismo e partecipazione, ma, a
differenza, che negli Usa, non esiste da noi una adeguata narrazione
politica. Scontiamo qui l'assenza della sinistra e l'impossibilità del
Pd di raccogliere la radicalità del movimento degli studenti e del
conflitto delle lavoratrici e dei lavoratori.
In Italia la Confindustria cerca, nel vivo della crisi, non solo di
accaparrare risorse finanziarie ma anche di modificare in maniera
strutturale e irreversibile la morfologia dei poteri sociali. L'attacco
alla struttura contrattuale mina la possibilità di praticare
un'autonomia nella percezione di sé e nella stessa pratica conflittuale
del movimento operaio, dal momento che nega ogni forma di solidarietà e
subordina ogni rivendicazione agli imperativi delle compatibilità
d'impresa. Lo sciopero generale del 12 dicembre, proclamato dalla Cgil,
è di vitale importanza. Il Pd non è in grado di sostenerlo
politicamente, anche perché gli è venuto a mancare uno dei suoi
principali capisaldi strategici, la creazione di un sindacato unico ad
egemonia cislina. A sinistra, permangono diffidenze di natura direi
quasi "preventiva", che impediscono di investire senza remore sulla
rivendicazione di autonomia contrattuale della Cgil. Sia chiaro: nessuno
garantirà mai l'irreversibilità del percorso avviato dalla Cgil, ma la
sinistra non può che impegnarsi a fondo in un passaggio così decisivo.
Il movimento degli studenti non ha solo espresso la contestazione dei
tagli della riforma Gelmini, che per quantità segnalano un'accelerazione
nel processo di privatizzazione del sapere, ma ha anche messo in campo
una critica della restaurazione autoritaria in atto e soprattutto ha
espresso la necessità di ricostruire un sapere critico, che, in sintonia
con i contenuti del conflitto sociale, indica una possibile uscita dalla
crisi opposta a quella delineata dalle destre e da Confindustria.
Investimento sulla ricerca e su un diverso modello anche culturale di
formazione pubblica, contrasto aperto al dilagare del precariato,
retribuzioni dignitose, mutamento del paradigma produttivo riportandone
al centro la compatibilità ambientale: in una parola, il ritorno della
programmazione come alternativa alla logica della competitività di
prezzo nello scenario globale.
La regressione di settori significativi della sinistra nel rapporto con
gli studenti è tale da non permetterle di cogliere gli elementi
innovativi nella loro rivendicazione gelosa di autonomia, riproponendo
anzi una logica antica di sovrapposizione identitaria e strumentale che
cancella d'emblai l'acquisizione di internità senza pretese di egemonia
ai movimenti maturata nel corso delle giornate di Genova. L'esito di
questo approccio non può che essere una sostanziale estraneità, che ci
consegna per intero al rischio di un rapporto dello stesso movimento col
Pd in chiave puramente utilitaristica e connessa agli aspetti più
marginali e meno strategicamente rilevanti, secondo il tipico modello "lobbistico"
americano.
Come si vede, l'urgenza della sinistra è dettata dal contesto di realtà.
Essa, come ci spiega Bertinotti, deve essere ricostruita a partire da
un'idea di rifondazione del movimento operaio e da una critica al
capitalismo contemporaneo che si nutre del conflitto capitale-lavoro
colto nelle sue forme attuali e allo stesso tempo, senza più vagheggiare
gerarchie improprie, del conflitto di genere, vale a dire della pratica
del pensiero della differenza, della critica dell'aggressione
capitalistica all'ambiente e alla natura, del contrasto alla
colonizzazione delle menti. In ballo c'è né più né meno che la
possibilità di ridefinire una cultura della trasformazione riconiugando
lo scarto, esiziale per l'antico movimento operaio, tra uguaglianza e
libertà. Questo nuovo soggetto non può che ricostruire in nuce un'idea
di socialità, di "accoglienza", di confronto e di partecipazione
democratica, superando i veleni e le tribali contrapposizioni tipiche
del partito novecentesco. Non può che costruire la propria forza e la
propria esperienza valorizzando i territori e le loro diverse modalità,
rovesciando dunque piramidi autoritarie e abissi di incomunicabilità.
Non si dà nuovo soggetto della sinistra senza l'ambizione e la capacità
di muoversi a questo livello. Dobbiamo tuttavia misurarci anche con le
strettoie dell'oggi. Il rischio è che, in scadenze elettorali di tipo
nazionale, la frammentazione in particelle sempre più rarefatte di
formazioni politiche si risolva nella cancellazione definitiva di tutta
la sinistra d'alternativa. Proprio perché si vuole ridurre il peso e il
significato della scadenza elettorale in quanto tale e rifuggire da ogni
tentazione di politicismo, pur se mascherato dietro la rivendicazione di
vecchie e nuove identità, sarebbe utile definire, come ha proposto Mario
Tronti, tra tutti una lista elettorale unitaria segnata da un possibile
programma minimo comune. Altrimenti mi pare molto plausibile il ritorno,
per vie surrettizie, del voto utile e "dannoso" a favore del Pd e dell'Idv.
Oppure una cronicizzazione della disaffezione astensionista. Questa
ipotesi unitaria lascerebbe inalterate le diverse opzioni strategiche.
E' in ciò, esplicitamente, la diversità con l'ipotesi fallita della
Sinistra Arcobaleno. Servirebbe un soprassalto di responsabilità, senza
il quale quelle distinte opzioni strategiche rischiamo, tutti, di non
essere più in grado neppure di formularle trovando qualcuno disposto
all'ascolto.
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