Bimestrale diretto da Fausto Bertinotti

 


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Bruno Musso
Considerazioni per ricostruire una sinistra reale

 

La grande evoluzione tecnologica e sociale che caratterizza il mondo di oggi impone una continua messa a punto delle nostre chiavi di lettura politiche ed economiche: infatti scelte e  comportamenti che appaiono positivi se visti nel passato spesso cambiano di segno al presente e approdano a risultati negativi. L’adeguamento del nostro giudizio a questa inversione di segno è reso difficile dagli interessi di singole parti, dalla paura del nuovo o dall’inerzia culturale legata agli equilibri passati; ma la tendenza all’immobilismo provoca costi maggiori dei vantaggi ottenuti dai difensori dello status quo e impedisce  le evoluzioni necessarie al progredire sociale ed economico.        

La recente pubblicazione di un mio studio sul porto di Genova e le sue vicende connesse a quelle della politica nazionale (Il porto di Genova - la storia, i privilegi, la politica, Celid, Torino 2008 ) ha dato origine a un dibattito che mi spinge a riprendere il discorso per chiarire in sintesi alcuni punti, facendo riferimento ai dati contenuti nel libro.

         Se consideriamo (e non possiamo fare diversamente) come valori ed obbiettivi irrinunciabili della sinistra: la riduzione delle sperequazioni sociali, l’aumento del benessere collettivo, l’attenuarsi dei condizionamenti di classe, la solidarietà sociale, le uguaglianze fondamentali dei cittadini, dobbiamo rilevare che a fronte dell’invarianza di questi obbiettivi, comuni a tutta la sinistra, la prassi ancorata al passato persegue di fatto obbiettivi opposti e diventa oggettivamente conservatrice e reazionaria, con risultati tanto più negativi quanto più legati a condizionamenti ideologici superati. I costi sociali di queste scelte errate della sinistra contribuiscono non poco alle ripetute vittorie elettorali della destra.

Un primo esempio emblematico ci è offerto dalla storia del porto di Genova e dalla legge di riforma, da cui sono partito. La Compagnia dei lavoratori portuali (camalli), con la sua storia molto antica, aveva sempre difeso l’esclusiva del lavoro portuale, dando origine anche a battaglie civili venute a far parte della storia italiana: una lotta giusta in quanto il lavoro portuale era in passato troppo povero e saltuario per permettere un salario stabile. In tale situazione la sola garanzia possibile era costituita dalla “riserva” (cioè l’esclusiva) del lavoro a un gruppo di lavoratori autogestito, quale appunto la Compagnia . L’alternativa sarebbe stata attingere al serbatoio illimitato dei disoccupati senza diritti, attraverso l’intermediazione del “caporale” (che prelevava anche il 50% della paga); oggi si parlerebbe di passaggio da lavoro nero ad occupazione ufficiale.

Tale situazione era rimasta sostanzialmente immutata fino alla seconda metà del ‘900, quando negli anni ’70 l’evoluzione tecnologica ha portato anche in porto la logica industriale che imponeva uomini stabilmente assunti dai terminalisti (vale a dire dagli operatori portuali). A questo punto l’istanza di esclusiva della Compagnia, in rapporto al progresso economico e quindi sociale, si è trasformata in elemento negativo venendosi con essa a difendere non più il lavoro ma il privilegio, mentre costi elevatissimi andavano a scaricarsi sulla collettività.

Quando finalmente nel ‘94 la legge di riforma ha eliminato questo retaggio del passato, i vantaggi risultarono generali: il traffico del porto di Genova si è quintuplicata in 7 anni, passando dai 350.000 a 1.500.000 container, con un tasso d’incremento annuo del 24%. Vennero creati  5.000 nuovi posti di lavoro nello shipping, e venne migliorato il servizio per il Nord Italia con un dimezzamento del costo. Si avvantaggiava anche la stessa Compagnia, che (con l’aiuto della sinistra) tanto strenuamente aveva combattuto la riforma, perchè la sua occupazione passava da 500 a 1.100 unità.

         Torniamo allora con un discorso generale all’origine della cultura di sinistra, per capire la logica della sua storia (un’ideologia non regge più di un secolo senza una reale coerenza), e identificare la ragione e il momento in cui ciò che prima costituiva una spinta positiva si è mutato in immobilismo reazionario.

Risaliamo quindi a metà dell’800, quando tutti i diritti erano in mano alla borghesia, minoranza che non rappresentava più del 3% della popolazione, mentre l’altro 97%, la quasi totalità, era costituito dal proletariato ricco solo della propria prole. La teoria marxista, impostata sulla lotta di classe tra lavoratori e padroni, spingendo il lavoratore a rivendicare la quota di reddito sottrattagli dal padrone, ha avuto funzione di detonatore nel far esplodere questa situazione intollerabile: il sindacato, lo sciopero, lo scontro sindacale, la lotta di classe, ecc., sono stati gli strumenti strategici di un processo positivo. Infatti, da una parte si è allargato il potere collettivo, dall’altra si è stimolata l’evoluzione tecnologica resa urgente dalle rivendicazioni sindacali.

Spinti da queste forze siamo approdati al livello di benessere generale e di libertà individuale che caratterizza le moderne democrazie. Oggi, in un Paese avanzato quale l’Italia, il 50% della popolazione fruisce del 50% delle risorse economiche, mentre un 35% di poveri  ne detiene solo un 15% bilanciato da un 15% di ricchi che ne possiede il 35%. Risultato notevole rispetto al punto di partenza: forse mai la società umana ha raggiunto un così ampio e diffuso benessere e chi un secolo fa avesse ipotizzato la situazione attuale sarebbe stato accusato di utopia. Occorre però andare oltre perchè per la prima volta è possibile pensare a una società che fruisca di benessere  e libertà generalizzati, non più frutto della miseria altrui (ovviamente si intende parlare solo dei paesi avanzati; per il terzo mondo è necessario un discorso tutto diverso che qui non affrontiamo).

 

Giustizia distributiva Per questo passo ulteriore è  obbligatorio voltare pagina e cercare un nuovo filo conduttore dal momento che i principi di derivazione marxista, che hanno guidato fin qui la sinistra, risultano inadeguati alla nuova realtà socio-economica. Fino a oggi si è infatti ipotizzato, sulla base della dialettica padroni/lavoratori, che la somma degli interessi dei lavoratori, per cui si battono i sindacati, costituisca la difesa della collettività e delle sue categorie più deboli. Questo presupposto, base di tutta la logica e la cultura di sinistra (sciopero, sindacato, eccetera) ha avuto la sua funzione in passato , ma risulta tecnicamente sbagliato e fuorviante in una realtà democratica.

È facile constatare infatti che se consideriamo, come è d’obbligo, lavoratori anche le casalinghe, i pensionati e i disoccupati, la quasi totalità della popolazione è rappresentata da lavoratori: pertanto si manifesta una prima contraddizione nel fatto che tale maggioranza, in democrazia, non vinca contro la minoranza dei padroni. Analogamente non ha senso dare ai sindacati il ruolo di difensori dei lavoratori, perché è legittimo chiedersi contro chi essi li difendano (contro loro stessi?) e inoltre quali funzioni rimangano in tal gioco alle Istituzioni democratiche. In questo circolo vizioso è naufragata la sinistra. È indispensabile perciò rivedere il meccanismo economico che garantisce il benessere alla totalità della popolazione (i lavoratori) e capire come si possono difendere gli interessi collettivi reali e l’equità distributiva.

Partiamo dal settore pubblico: qui è evidente che le conquiste dei dipendenti (misurate in termini di modalità lavorative e di salario) vengono pagate dalla collettività; si tratta, come vedremo, di un settore che rappresenta più del 50% della struttura produttiva, destinato a crescere ulteriormente.

 Ma una situazione analoga si riscontra negli organismi produttivi privati: infatti anche se la paga viene formalmente versata dal padrone, la tesi marxista in base alla quale il padrone compra la mano d’opera sottopagandola è errata da un punto di vista tecnico. In realtà il padrone non compra la mano d’opera ma la vende sul mercato sotto forma di beni e servizi, tenendo per sé una percentuale del valore del prodotto; tale percentuale varia non in funzione del costo della mano d’opera, e quindi della lotta sindacale, ma del livello di concorrenza nel quale si agisce. Anche le statistiche rilevano che in caso di normale concorrenza tale percentuale si posiziona su valori intorno al 2 – 3% del fatturato (cioè del valore del bene prodotto, non del capitale investito).

Questo “dettaglio tecnico” poteva essere ignorato in passato perché la lotta sindacale, pur mancando l’obbiettivo primario di spostare risorse dal padrone al lavoratore (ripartizione condizionata, ripetiamo, dal livello di concorrenza), ha ottenuto comunque significativi “effetti collaterali”. Infatti la lotta sindacale da una parte accentuava l’evoluzione tecnologica con la conseguente crescita del benessere collettivo, dall’altra dava potere alla maggioranza senza diritti, aprendo la strada alla democrazia, presupposto dell’equità distributiva. Oggi sia la società democratica che l’evoluzione tecnologica sono obbiettivi raggiunti e della lotta sindacale rimane solo l’errata impostazione originaria che rappresenta una delle principali cause delle politiche contraddittorie della sinistra. Infatti - a livello di concorrenza costante - le varie conquiste sindacali di categoria, anche nel settore privato, producono un costo che non ricade sul padrone, ma sulla collettività e quindi esse non riducono ma anzi aumentano la sperequazione economica, arricchendo le categorie forti a scapito di quelle deboli. I sindacati si trovano necessariamente a tutelare gli occupati stabili e organizzati a svantaggio degli esclusi e non organizzati (giovani, contadini, artigiani, disoccupati, ecc.) e a difendere perciò  i lussuosi ammortizzatori sociali di categorie già privilegiate come i lavoratori Alitalia, mentre abbandonano gli artigiani e i loro dipendenti che la crisi lascia senza lavoro.

         Ritornando ai meccanismi di ripartizione delle risorse economiche  rileviamo come la struttura produttiva sia nata allo scopo di  soddisfare le necessità umane di beni e servizi: per disporre del pane sono necessari in sequenza il contadino, il mugnaio, il fornaio, il panettiere. Ciascuno di questi soggetti per massimizzare il proprio reddito cerca di aumentare il prezzo di vendita di ciò che fornisce, in base ad un interesse opposto a quello di chi compra. Alcuni leggono la politica internazionale come scontro per la fissazione dei prezzi, condotto da chi controlla le risorse e le materie prime: per esempio la filiera del petrolio coinvolge i campi petroliferi, l’estrazione, la lavorazione, il trasporto, la distribuzione fino ad arrivare al consumatore finale del bene. Il prezzo di ogni fase che i vari soggetti riescono a imporre determina la ripartizione delle risorse a livello mondiale.

Il conflitto strutturale tra venditore e acquirente, cioè fra produttori e utilizzatori, rappresenta comunque la base dello scontro che da sempre ha caratterizzante la storia umana; infatti la definizione  del prezzo di vendita dei prodotti è estremamente elastica e determinata dal livello di concorrenza dei vari produttori (padroni e lavoratori) e cioè dal loro grado di potere. Per chi sta per morire di sete, un bicchiere d’acqua ha valore incommensurabile!

In base a questi meccanismi si distribuiscono le risorse fra i diversi soggetti; in questo processo gli interessi particolari dei produttori si trovano ad essere strutturalmente contrapposti ai bisogni collettivi dei consumatori nella dialettica ferroviere-viaggiatore, medico-malato, funzionario pubblico-cittadino.

Immaginare un’organizzazione, quale il sindacato, che pretenda di proteggere gli interessi di tutti i soggetti inseriti nella filiera produttiva è una contraddizione in termini. Infatti se nella fabbricazione del pane consideriamo coinvolti il contadino, il mugnaio, il fornaio, il panettiere, vediamo che gli interessi dei vari confliggono sia fra loro sia con la necessità di pane della collettività; la ricchezza effettiva del singolo non è data dal suo salario ma dalla quota a lui spettante del quantitativo globale di pane (inteso come esempio di ogni bene e servizio prodotto): il salario non rappresenta la ricchezza ma solo la sua misurazione monetaria. Di conseguenza la crescita della ricchezza collettiva deriva dalla capacità di massimizzare la produzione garantendo criteri di distribuzione equi ed omogenei. 

Privilegiare il produttore significa invece penalizzare gli interessi collettivi, perché la difesa della collettività non si ottiene come somma della difesa dei lavoratori (produttori), ma esattamente dal suo contrario, cioè facendo prevalere le necessità comuni dei consumatori su quelle di coloro che lavorano per soddisfarle (lavoratori e imprenditori). Il compito dell’organizzazione civile è proprio quello di impedire che il produttore possa approfittare del suo ruolo; questo principio viene abitualmente recepito per quanto riguarda l’impresa (con la difesa della concorrenza e la regolamentazione antitrust) ma non per il lavoratore, nel presupposto marxista che paghi il padrone e non la collettività.

È forse questa la principale contraddizione della sinistra tradizionale e del sindacato: la difesa dei lavoratori in quanto produttori si trasforma in lotta contro gli interessi dei medesimi lavoratori in quanto collettività fruitrice di beni e servizi. Una politica sociale finalizzata a massimizzare l’equità e il benessere diffuso dovrebbe invece combattere le posizioni dominanti dei produttori (imprenditori e lavoratori) per eliminare le rendite che tolgono risorse alla collettività. Circoli viziosi accentuano il fenomeno: infatti il vantaggio  che il singolo ottiene come produttore-lavoratore normalmente procura alla collettività dei lavoratori  costi ben maggiori. Inoltre ogni soggetto è mediamente per l’8% del suo tempo lavoratore e per il restante 92% consumatore: di conseguenza  quello che ottiene nel primo ruolo verrà a pagarlo decuplicato nel secondo.

Se ritorniamo così al nucleo portante delle istanze sociali di una moderna democrazia dobbiamo rilevare la necessità di porre le risorse economiche al servizio della collettività; senza questo presupposto lo stesso termine democrazia rischia di diventare un semplice guscio vuoto. Si ritorna così all’istanza iniziale del marxismo che ha rivendicato la proprietà pubblica dei mezzi di produzione; l’obbiettivo era corretto, ma nella prassi dei partiti della sinistra tradizionale esso è stato tradito per la mancanza di un controllo reale sull’organizzazione  produttiva da parte della collettività (i destinatari della produzione). Il potere è rimasto ai vertici e l’apparato politico-economico è stato posto all’esclusivo servizio di questi ultimi: nulla è più “privato” del pubblico senza controllo. Questa è stata la situazione dell’Europa dell’Est e degli altri paesi totalitari. Considerando realtà particolari, anche il porto di Genova, prima della riforma, può essere considerato come esempio di una situazione formale interamente pubblica a cui corrispondeva di fatto una“privatizzazione” ad opera della Compagnia.

         Per non trovarci a “gettar via il bambino con l’acqua sporca” e scoprirci, come l’attuale sinistra, privi di obbiettivi strategici, può essere utile esaminare i possibili meccanismi di collegamento organico tra la base e il vertice della nostra società . Allo stato attuale essi sono solo due: uno politico e l’altro economico, vale a dire le istituzioni della struttura democratica e il mercato. Entrambi rappresentano una complessa organizzazione capillare sparsa sul territorio, attraverso la quale il singolo cittadino esprime preferenze e desideri arrivando a selezionare e modificare la struttura politico-economica per renderla più consona alle sue necessità. Sappiamo che entrambi sono poco affidabili, assai influenzabili e molto approssimativi, ma allo stato attuale sono gli unici mezzi a nostra disposizione e pertanto dobbiamo utilizzarli al meglio.

Esaminiamo quindi in sequenza i due elementi, cioè l’organizzazione democratica in politica e il mercato in campo economico.

 In politica i meccanismi democratici risalgono a metà del Settecento e sono sempre meno idonei ad assolvere i propri compiti, specie in presenza del ruolo più significativo che viene attribuito allo Stato moderno; ma affrontare questo nodo esula dalla presente riflessione.

 In campo economico l’utilizzo del mercato nella gestione delle aziende permette di massimizzare la produzione con equi criteri distributivi: il mercato si presenta come un meccanismo omogeneo che vale per tutti e in condizioni di reale concorrenza limita il margine imprenditoriale intorno al 2 – 3% del valore di ciò che si produce (fatturato); una percentuale che poco penalizza la collettività ed è di massima, minore del valore aggiunto prodotto dall’imprenditore (padrone), in termini di fantasia creativa e capacità organizzativa. Qualsiasi organizzazione alternativa costerebbe di più. Si tratta quindi dell’adozione di un criterio equo ed omogeneo che massimizza la produzione al servizio della collettività.

Un diverso discorso è quello attinente  alla mano d’opera che deve essere sottratta al gioco al ribasso del mercato e deve diversamente fruire di un meccanismo ancora una volta omogeneo ed equo di retribuzione; per essa è necessario prevedere la stipulazione di un contratto unico di lavoro.

Il contratto unico, con la sua regolamentazione in campo retributivo e comportamentale, deve essere considerato come qualcosa che attiene all’intera collettività alla stregua dei  diritti civili, politici, sociali ed economici, delle libertà individuali, degli obblighi famigliari, ecc. e  quindi non può  nascere al di fuori delle Istituzioni e venir gestito dal Sindacato sulla base dei rapporti di forza delle specifiche parti in causa. Deve invece essere stabilito dalle Istituzioni, essere obbligatorio per tutti, con la funzione di soddisfare le necessità e gli interessi della maggioranza della popolazione; dovrà anche recepire le differenze relative alle varie specificità lavorative. Questo è un passaggio obbligato per  eliminare una delle maggiori contraddizioni della sinistra tradizionale e porta con sé l’emarginazione del Sindacato, attualmente legittimato dalla complicata gestione della giungla salariale. È però indispensabile per superare la “guerra per bande”, vera piaga sociale che contrappone le categorie forti a quelle deboli con grandi sperequazioni e costi collettivi.

Il contratto unico ha la funzione di garantire, come prevede l’articolo 36 della Costituzione, a tutti i lavoratori il livello di reddito necessario alla loro libertà e dignità; il mercato sarà poi libero di far crescere alcune remunerazioni, ma lo Stato dovrà vigilare per garantire che le maggiorazioni siano conseguenza dell’eccellenza e non di monopoli ufficiali o nascosti. A tale scopo lo Stato dovrà adeguare l’Istruzione alle necessità produttive, limitare le esclusive legali, facilitare la massima fluidità professionale, ecc. in modo che le professionalità corrispondano ai bisogni della produzione. I fenomeni degli assurdi emolumenti degli alti dirigenti del capitalismo italiano, denunciati anche di recente  (v.G. Dragoni, G. Meletti, La paga dei padroni,  Chiare Lettere , Torino ,2008) non derivano dal mercato, ma della sua latenza.

         Una realtà economica caratterizzata da strutture produttive private operanti in concorrenza, con i lavoratori che fruiscono di un contratto di lavoro unico, stabilito e controllato dalle Istituzioni, è la soluzione che – all’attuale livello di esperienze - garantisce il massimo di equità e fruibilità generale delle risorse economiche e quindi è quella che possiamo legittimamente considerare più di “sinistra”.

 

Spazio del privato. Qui il discorso però non finisce ma inizia e per andare oltre bisogna capire quale ruolo può ancora giocare, all’interno di una società moderna, l’attività produttiva privata; infatti con la caduta del muro di Berlino si è pensato giustamente che il mercato avesse vinto e si è dedotto erroneamente che la società futura sarebbe stata gestita principalmente dai privati attraverso il mercato: concetto sintetizzato nello slogan “Stato leggero”. Nulla di più sbagliato perché in questo modo si trascura il radicale cambiamento a cui proprio quell’evento epocale ha dato  origine.

         È evidente infatti, ma giova ripeterlo in questo momento di delega assurda al mercato, che il privato può correttamente operare solo là dove esiste la concorrenza: è la concorrenza a permettere la scelta del produttore e la possibilità di imporre a quest’ultimo di adeguarsi al meglio alle necessità collettive. Senza concorrenza non c’è selezione del privato più efficiente, si espandono i margini imprenditoriali che si trasformano in rendita, cioè tangente pagata dalla collettività. La differenza tra un produttore privato in concorrenza e uno no è analoga a quella tra un Presidente del Consiglio e un dittatore: in entrambi i casi esiste o viene meno la scelta e il controllo della collettività. Le situazioni in cui la concorrenza non è possibile (ad esempio infrastrutture, distribuzione di servizi come acqua, gas, metropolitana, ecc.) sono sempre più numerose e sono pertanto difficilmente gestibili dal mercato; si può ancora ipotizzare, al limite, la gestione privata ma con un ben più stringente e reale controllo pubblico che, dopo gara, affidi il servizio in concessione con regole e vincoli precisi.

         Esiste poi un vincolo nuovo, forse poco percepito, che limita ancor più lo spazio del mercato: infatti proprio la vittoria di quest’ultimo ha prodotto una tale spinta a livello tecnologico e produttivo da ridurre i costi e la conseguente quota di capacità globale impegnata per i singoli settori di competenza mentre risultano in continua crescita le necessità indotte dall’aumento di produzione. Il fenomeno appare agevolmente rilevabile: è sempre più facile  produrre i beni e i servizi richiesti dal mercato, ma in contropartita diventa sempre più difficile  governare l’insieme della struttura produttiva, la sua compatibilità generale ed ecologica, la gestione del consenso, ecc.

Ciò che è avvenuto nel porto di Genova può di nuovo valere come esempio: la riforma portuale che ha inserito i privati (con il mercato) in porto e ha superato la precedente gestione pubblica, ha liberato enormi potenzialità quintuplicando il traffico in 7 anni (dal ’93 al 2000), con tassi annui d’incremento del 24%. Nel 2000 la crescita si è bloccata per il limite di potenzialità delle infrastrutture; se vogliamo di nuovo aumentare i traffici, il privato non basta più, è lo Stato che deve programmare le infrastrutture necessarie. Le nuove realizzazioni potranno, a certe condizioni, essere appaltate ai privati, ma è il pubblico che deve fare le scelte strategiche: capire, pensare, decidere ed ottenere il consenso necessario. La fase esecutiva (eventualmente privata) dei progetti diventa forse il lavoro meno impegnativo; ben più strategica è l’opera pubblica di programmazione e controllo.

         Sul piano nazionale il fenomeno può essere evidenziato anche dai dati dell’occupazione (misura dell’impegno produttivo): fino al 1950 industria e agricoltura, facilmente gestibili dal mercato, rappresentavano oltre il 90% dell’occupazione. Nel 2000 quella percentuale era scesa a meno del 30%; cioè in mezzo secolo la parte di competenza ascrivibile con buona probabilità al mercato si è ridotta a un terzo. È vero che il restante 70% dei servizi contiene spazi gestibili dai privati, ma è facile ipotizzare che la quota globale privatizzabile sia inferiore al 50% con la tendenza a scendere a valori intorno al 30%, mentre il restante 60 - 70% - cioè la parte principale - sarà di competenza del Pubblico.

I problemi strategici che abbiamo davanti non riguardano più la ormai agevole produzione di case, automobili o frigoriferi, bensì la programmazione urbanistica, gli sviluppi urbani, le migrazioni e i modi delle integrazioni etniche, l’ordine pubblico, le garanzie sanitarie e pensionistiche, l’istruzione e la ricerca, le reti infrastrutturali, le metropolitane e la fantasia creativa richiesta da una città moderna. La soluzione di questi problemi condiziona l’effettivo livello di reddito, la qualità della vita e la garanzia sociale, tutti obbiettivi strategici per un partito di sinistra che non voglia rinunciare al proprio patrimonio di valori.

Nel testo già citato e pubblicato prima dell’attuale crisi finanziaria mi sembra di aver esposto già alcuni elementi che permettevano di prevedere la crisi e il suo probabile evolversi. Da una parte vi denunciavo infatti l’insensata fiducia in un mercato capace di autoregolarsi senza un cogente controllo pubblico: forti di un “liberi tutti” in nome del mercato, troppi soggetti economici si sono sentiti autorizzati ad “emettere moneta” facendo circolare valori finanziari senza contropartita reale, fino ad un ammontare imprecisato che viene stimato pari a oltre dieci volte i P.I.L. nazionali. Dall’altra prevedevo la possibilità  che la crisi, pur peggiore di quella del ’29, non ne avrà gli effetti catastrofici proprio perché, come abbiamo detto, allora oltre il 90% dell’occupazione derivava da attività connesse al mercato, mentre oggi esistono gli ammortizzatori sociali pubblici e non più del 40% della popolazione risulta impiegata in attività che si trovano a valle del mercato.

Con queste premesse si possono forse impostare nuovi criteri per stabilire  che cosa effettivamente sia di sinistra e che cosa di destra.

Destra : è di destra “privatizzare” a favore dei produttori (padroni e/o lavoratori) le risorse economiche e limitarne così la fruizione da parte della collettività; questo avviene ogni volta che diamo inutili esclusive o tolleriamo il formarsi di monopoli imprenditoriali o riconosciamo diritti specifici ingiustificati a gruppi di lavoratori. In questo senso l’azione del sindacato, quando non tutela il singolo per un sopruso patito, è quasi sempre di destra; infatti se difende le singole categorie (rinnovi contrattuali) di fatto tutela le categorie forti contro quelle deboli, aumentando e non riducendo la sperequazione economica. Quando invece difende la totalità dei lavoratori e quindi assolve il ruolo di “governo buono” alternativo a quello esistente, manca di legittimità costituzionale e ricorda l’illusione del dittatore “buono” che supera le pastoie dei politicanti (scorciatoia impraticabile). Ma l’azione sindacale sconta sopratutto una contraddizione intrinseca perché difende gli interessi particolari dei lavoratori in quanto  produttori contro le loro stesse necessità collettive in quanto consumatori, e scarica sulla società, soprattutto sui suoi settori deboli, costi elevati e inaccettabili. Queste ineliminabili contraddizioni costringono il Sindacato su posizioni irresponsabili, come si rileva in molti casi concreti quali quelli dell’età pensionabile o della scindibilità del rapporto di lavoro; anche in quest’ultimo caso si difende un’antistorica garanzia di assoluta stabilità (difesa dei forti) che legittima per contropartita un’ampia precarietà (abbandono dei deboli).

In campo pratico queste contraddizioni del sindacato hanno un’importanza limitata nel settore privato che, forte della concorrenza, riesce in qualche modo a fronteggiale; ma diventano invece dirompenti nel settore pubblico dove la controparte manca e anzi spesso è rappresentata ancora da sindacalisti. In questa situazione il Sindacato assume il ruolo di un reale potere in grado di scardinare progressivamente la macchina pubblica. L’inefficienza pubblica innesca poi il circolo vizioso di una generale richiesta a privatizzare anche settori privi di concorrenza, con l’inevitabile conseguenza di scaricare sulla collettività un costo di rendite tale da minacciare la sostanza stessa della democrazia. In Italia oggi si rischia concretamente una situazione di servizio pubblico non reso, che in certi casi potrebbe addirittura legittimare la disobbedienza civile. Oltretutto lo Stato è diventato oramai l’elemento strategico dello sviluppo economico, del benessere diffuso e dell’equità distributiva, per cui una sinistra che sia connivente con lo smantellamento dello Stato tradisce il proprio ruolo. 

Queste osservazioni non si riferiscono ovviamente ai protagonisti sindacali intesi come persone fisiche, ma al ruolo oggettivo del sindacato, anche se i problemi non risolti fungono da moltiplicatori di effetti negativi; così è la crescita immotivata, dagli anni ’70, del numero dei sindacalisti, oggi calcolati in 700.000 unità  (pari a sei volte il numero dei carabinieri) che costituiscono un esercito improduttivo (S. Livadiotti – L’altra casta - Bompiani, Milano 2008). Il risultato è noto: l’Italia, che all’interno dell’ Unione Europea ha la più forte organizzazione sindacale, presenta secondo i dati Ocse le maggiori diseguaglianze economiche, nonché i più bassi salari e i minori tassi di crescita, posizionandosi negli ultimi posti delle classifiche comparative, seguita ormai soltanto dalla Grecia.

Due libri pubblicati nel  2008  da “Chiare Lettere” (La paga dei Padroni – Il ritorno del Principe) evidenziano le mille altre debolezza della nostra struttura produttiva; ma le contraddizioni sindacali, che non sono l’unico vincolo allo sviluppo economico italiano, condizionano la sinistra e la mettono ogni volta fuori gioco; in questo modo si vanificano tutte le spinte evolutive, come è avvenuto per ben due volte con il Governo Prodi, che ha vinto le elezioni ed è poi caduto per il “fuoco amico”.

Dopo aver evidenziato le posizioni di destra considerate di sinistra, vediamo quale contenuto pratico questa parola può ancora rivestire. Per il momento è difficile ipotizzare soluzioni specifiche, e dobbiamo limitarci a fissare una direzione corretta; sarà poi la prassi a trovare nel tempo le forme concrete ad essa coerenti (nel testo citato  ho avanzato qualche prima ipotesi).

Quando il marxismo identificò nella difesa del lavoratore la direzione da seguire, certo non prevedeva lo Statuto dei lavoratori, le regole dello sciopero, i diritti sindacali: tutte modalità che si sono realizzate negli anni successivi in coerenza con la direzione fissata; oggi, preso atto che la semplice difesa dei lavoratori non è più oggettivamente compatibile (anzi è contraddittoria) con gli obbiettivi della sinistra, è necessario muoversi in altro senso. E’ dunque giocoforza imporsi l’obbiettivo di mettere le risorse economiche al servizio della collettività e di minimizzare le sperequazioni sociali fino a ridurle entro limiti compatibili con l’evoluzione economico-culturale del Paese. In questo senso bisognerà analizzare i meccanismi produttivi non escludendo un allargamento della forbice tra proprietà e diritto d’uso, come già avviene in campo urbanistico quando  per utilizzare un’area o un immobile, anche se di nostra proprietà, dobbiamo sottostare a regole per la destinazione d’uso, le costruzioni, le variazioni, ecc.; o quando la proprietà di una struttura produttiva non ci legittima la sua ingiustificata chiusura. Altre forme sono studiabili.

         Comunque l’elemento strategico che condiziona lo sviluppo economico, la qualità della vita e la riduzione delle sperequazioni sociali è costituito dalla capacità della Mano Pubblica di assolvere alla sua funzione ed è quindi necessario focalizzare tutta l’attenzione sul soddisfacimento delle necessità di tutti relegando in secondo piano le istanze (già troppo difese) dei lavoratori pubblici. Solo così  la macchina pubblica può diventare uno strumento efficiente, capace di realizzare i traguardii che via via vorrà darsi, mentre sistemi di monitoraggio dovranno evidenziare i risultati raggiunti e gli scarti fra questi e gli obbiettivi, nonché le ragioni delle differenze. In aggiunta è necessario che all’interno della società civile si sviluppino logiche e organizzazioni finalizzate a formare la coscienza delle reali necessità sociali  e dell’interdipendenza e compatibilità delle stesse. Solo questo interagire fra struttura pubblica e conoscenza collettiva può sviluppare quella fantasia creativa in grado di raggiungere i notevoli risultati che lo sviluppo tecnologico ha reso possibili. Nel Novecento hanno vinto i sistemi che hanno saputo usare il mercato, nel primo secolo del nuovo millennio vinceranno quelli che sapranno gestire lo Stato.

 

Considerazioni finali

L’evoluzione tecnologica di questo secolo assegna alla struttura pubblica un ruolo strategico e questo accentua la preoccupazione per il sistema Italia che, proprio a livello pubblico, è caratterizzato dal forte divario con i partner europei e rischia una progressiva emarginazione. Però è spesso la necessità di non soccombere che impone un salto qualitativo. Così è stato per il porto di Genova che era il punto più arretrato della portualità italiana e come tale aveva la maggior convenienza al cambiamento; durante la lunga lotta per la riforma, a Genova orgogliosamente affermavamo “la riforma siamo noi”. E così è stato. Oggi un passo avanti si impone per tutti: i vecchi punti di riferimento di capitalismo liberale e comunismo non reggono più, nonostante che qualcuno, impaurito dal nuovo, cerchi di ritornare assurdamente ad antichi dogmi; è necessaria una terza via che riesca a utilizzare in forma sinergetica il mercato e lo Stato. L’arretratezza dell’Italia potrebbe essere l’elemento che fa scattare la molla della necessità e permettere di anticipare l’Occidente sulla strada dell’evoluzione. Il quadro che abbiamo davanti è chiaro e drammatico: se usiamo il pessimismo della ragione prevediamo uno sgretolamento dello Stato, sostituito progressivamente da forme di malavita organizzata come è già avvenuto in alcune regioni d’Italia; l’ottimismo della volontà ci legittima invece l’ipotesi di un salto qualitativo che apra nuovi scenari, oggi valutati pura utopia. Esiste l’obbligo morale, per non tornare alla barbarie, di lavorare ostinatamente per far prevalere questa seconda possibilità.