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«Tu, proprio tu, vuoi rinunciare alla vita militare?» Per Fausto
Bertinotti la nonviolenza è prima di tutto una chiamata in causa
personale. E' quel «tu» pronunciato dai cristiani dell'inizio del primo
millennio e poi diventato per lui sale della lotta politica a sinistra.
Quel sale oggi non c'è più. E' difficile trovarlo, rintracciarne qualche
scheggia in una situazione di frammentazione e di confusione. Ma per noi
dell'Altro resta una delle questioni principali per continuare lo sforzo
di creare una sinistra moderna. Una sinistra in grado di capire
criticamente il presente: di interpretarlo ma anche di cambiarlo. E' per
questa ragione che abbiamo deciso di intervistare Bertinotti, cioè il
leader politico che nella nonviolenza ci ha creduto di più e che ci
crede ancora nonostante la sconfitta. Non solo e non tanto elettorale,
ma soprattutto la sconfitta di non aver davvero saputo rivedere il
proprio paradigma, i propri valori. La propria visione del mondo. «Penso
- sottolinea senza dubbi Bertinotti - che oggi la nonviolenza sia
indispensabile per ricreare, a sinistra, una soggettività critica e una
unitarietà tra le varie componenti, ora così litigiose».
Ma per rilanciarla non si può non fare i conti con le critiche che le
sono state mosse, da quelle più significative e impegnative a quelle più
diffuse come quella che giudica la svolta nonviolenta della Rifondazione
comunista guidata da Bertinotti come una scelta per accreditarsi nelle
stanze dei bottoni. E' la posizione che identifica nonviolenza e «governismo».
Bertinotti, partiamo subito da qui, da una delle critiche che in
questi anni si sono sentite di più. La sua Rifondazione ha scelto la
nonviolenza per poter andare al governo con Prodi?
Non mi sembra questo il punto principale del suo afflosciarsi. In
questi anni abbiamo sentito una serie di repliche politiche che hanno
messo in discussione la nonviolenza, alcune di queste molto nobili.
Sinceramente l'accusa di governismo mi sembra quella più risibile di
tutte. Gli esclusi che sono entrati a far parte del governo, vale questo
per comunisti e socialisti nella storia d'Italia, non hanno mai posto il
problema della nonviolenza. Noi siamo stati i primi a farlo. Inoltre c'è
una contraddizione tra questa visione e l'entrare nel governo, che porta
con sé sempre una buona dose di violenza. Rifondazione comunista aveva
già fatto un grande sforzo ponendo la questione della critica allo
stalinismo, poteva finire lì. E invece abbiamo deciso di andare avanti.
Ma quale è stata allora la critica più forte e decisa che è stata
opposta a questo passaggio?
Il discorso che viene opposto è che la violenza, agli effetti della
storia rivoluzionaria, è elemento difensivo fondamentale. Questo vale
per la lotta di liberazione dal nazifascismo, vale per tutte le lotte di
liberazione anti colonialiste, vale per la guerriglia. Ponendo la
questione della nonviolenza entri, cioè, in contrasto con la nostra
storia. Mentre l'accusa di governismo è banale, con questa obiezione ci
si deve fare i conti.
Come si esce da questa contraddizione?
Noi avevamo cercato di dare una risposta fin da subito, ma ce l'abbiamo
fatta solo parzialmente. Non siamo riusciti a mettere in discussione il
mito della vittoria e dell'eroismo. E' stato un limite nostro, perché
abbiamo pensato la nonviolenza dentro la dimensione unicamente politica.
Facciamo un passo indietro. In quale humus nasce la proposta?
Fu subito dopo Genova nel 2001. La reazione pacifica dei manifestanti
davanti alle cariche della polizia - quell'onda che arretrava senza
rispondere - ci fece supporre che stava nascendo una propensione
nonviolenta in una generazione che allora si affacciava alla politica.
Se la stessa cosa fosse accaduta negli anni 60 sarebbe stata una strage.
Venivamo da Porto Alegre, cioè dal primo Social forum mondiale, e lì
avevamo visto altre forme di organizzazione politica diverse da quelle
militari o gerarchiche. L'altro elemento di riflessione fu la guerra che
allora definimmo infinita e permanente. Come opporsi? Pensammo che la
risposta più radicale per i popoli fosse quella pacifica. E' in questo
contesto che nasce la risposta alla domanda di prima: come conciliare la
nonviolenza e la nostra storia, dalla Resistenza a Che Guevara?
Collocandola nel qui e ora. La risposta nonviolenta vale per l'oggi, per
il presente. Vale qui. Lo stesso Gandhi pensava che la nonviolenza non
fosse valida per tutti allo stesso modo. Diceva meglio la violenza
contro l'ingiustizia che l'accettazione dell'ingiustizia.
Ma allora che cosa non ha funzionato? Quale è stato l'errore?
Abbiamo sorvolato l'approfondimento. I cattolici che si interessano
della nonviolenza hanno scritto migliaia di libri, ne hanno fatto un
rovello. Noi ci siamo fermati alla politica, senza indagare che cosa
comporti l'assunzione, anche personale, della nonviolenza. Abbiamo
operato una giustapposizione. Lo stesso errore che abbiamo fatto per il
femminismo e per l'ambientalismo. Non abbiamo rimesso in discussione il
nostro paradigma, abbiamo pensato che la nonviolenza, così come il
femminismo e l'ambientalismo, potessero essere aggiunti senza altro
sforzo. L'innovazione si è fermata a metà.
Quali altre dimensioni andavano indagate?
Prima di tutto quella personale. La nonviolenza doveva diventare
bussola delle relazioni individuali. Così non è stato. Non è stata, come
doveva essere, l'occasione per scardinare e rivedere i rapporti sociali,
per entrare nella sfera della vita e della sfera personale. La
nonviolenza ha molte dimensioni, quella collettiva, quella individuale e
poi, centrale, quella duale, cioè quella del rapporto con l'altro, a
partire dal rapporto uomo-donna. Ma non siamo riusciti a fare
esperienza, una volta enunciata la teoria, la pratica è rimasta la
stessa. Qui abbiamo perso.
A parte le critiche, a volte vere e proprie ostilità, qualcosa di
positivo e innovativo lo ha però prodotto?
C'è stato un momento d'urto, importante. Un partito di sinistra che
diventa nonviolento produce scandalo. Ma sono stati tutti effetti
difensivi. Siamo riusciti, per esempio, a smontare la spirale
guerra/terrorismo, battendo posizioni filo terroriste che pure ci sono
nella nostra storia. Abbiamo cioè potuto dire no alla connessione tra
l'adozione della violenza dei "giusti" e la violenza dei potenti. La
nonviolenza ci ha sì permesso di stare nel movimento pacifista, ma la
nostra pratica è rimasta la stessa. Se pensiamo alle cose che abbiamo
fatto in quegli anni, anche senza la nonviolenza sarebbero rimaste le
stesse.
Quale è l'effetto più alto che può provocare?
E' la chiamata in causa personale. Il cristianesimo delle origini,
quello che poi è stato spazzato via dalla svolta violenta di Costantino,
parlava chiaro. «Tu, proprio tu, rinunci alla vita militare?». La
nonviolenza richiama una visione del mondo in cui ci sei «proprio tu».
Il problema dell'altro, diventa il problema principale della tua
esistenza. Per noi è invece rimasto come un caciocavallo appeso: né
agire collettivo, né agire personale. Questa chiamata in causa personale
è del resto la migliore eredità che ci viene dalla nostra storia. Il
socialismo d'inizio secolo era questo. Uno per diventare socialista
doveva rinunciare a qualcosa. Essere socialista significava prima di
tutto una modalità di comportamento. Così la nonviolenza pretende la
testimonianza.
Che cosa significa quel «proprio tu» nella contesa politica? Essere
sempre d'accordo su tutto?
No, chiaro. Significa non trasformare l'avversario in nemico. La non
criminalizzazione di chi la pensa in maniera diversa da te come misura
elementare da assumere. La nonviolenza richiede di scoprire la verità
interna dell'altro. In che cosa lui ha qualche ragione in quello che
sostiene? Non si tratta quindi di dismettere la contesa, ma di porti il
problema di come dare una risposta diversa a quella verità interna.
Torniamo al contesto in cui è nata la nonviolenza e ai suoi effetti.
Tra quelli negativi c'è stata la rottura tra il Prc e una parte del
movimento che ha visto quella svolta come un attacco alle sue pratiche e
alla sua gestione del conflitto. E' una ferita, in parte, ancora aperta.
Qual è la posizione di Bertinotti?
Fino a Genova abbiamo lavorato in una totale internità al movimento. Ma
proprio sulla questione della nonviolenza si è scatenata un'offensiva
che era già latente e che aveva a che fare con propensioni egemoniche.
Penso che all'inizio, anche in nome di una giusta unità del movimento,
non avessimo esplorato a sufficienza le diversità nell'analisi della
società e nelle risposte da dare. C'è stata cioè un'opacizzazione delle
differenze, la nonviolenza è diventata un'occasione per fare chiarezza.
Una parte del movimento si è riappropriata di una sua radice: la
propensione a considerare la nonviolenza come estranea alla rivoluzione.
"L'Altro" è stato messo sotto accusa per aver dato spazio a posizioni
e a firme dell'area di destra. Noi, dalla nostra, rivendichiamo
l'apertura e pensiamo di stare in linea con quello che dici tu:
necessità di conoscere la verità interna dell'altro e rompere alcuni
schemi consolidati.
Penso che l'atteggiamento dell'Altro sia apprezzabile. Fatico perfino a
capire l'obiezione che è stata sollevata. Se vuoi capire, devi conoscere
"lui", non il tuo pensiero su di "lui". Devi sempre distinguere quando
un'ideologia diventa regime, dalle persone in carne e ossa. Di ogni
forma di contestazione, anche quando presenta elementi spuri,
contestabili, devi capire quale è la molla. Nella cultura di destra c'è
una forma di ribellione resistente che va raccontata: senza rinunciare
al vaglio critico, ma senza ridurla all'elemento per te repellente.
Céline, non era solo antisemita, ma nella sua opera esprimeva anche una
forte opposizione al Male.
L'obiezione principale è che non siamo abbastanza antifascisti. Ma la
nonviolenza non richiede anche una revisione delle categorie e della
propria storia?
Il momento più alto della lotta antifascista è stato l'avvio del
processo costituente. Quando dicono che la Costituzione fu una
mediazione tra le varie componenti, sbagliano. Tutti erano d'accordo: la
democrazia era uguaglianza. Era progressiva e partecipativa.
L'antifascismo, fino a quel momento fenomeno compiuto, viene assunto,
dopo la divisione del mondo in due blocchi, come scudo di legittimazione
democratica da una parte sola. Negli anni Sessanta la mia generazione
riattualizza l'antifascismo nella forma del no all'autoritarismo, come
riscoperta della cultura orale, popolare, come idea di nuovo mondo.
L'errore è stato la riproposizione dell'antifascismo militante, delle
origini, in assenza però del regime. Quando nel '60, a Genova, ci furono
gli scontri per impedire il congresso del Msi, c'era dietro una grande
nobiltà. Io senza quella spinta oggi non sarei in politica. Detto
questo, però, non si può non vedere come, a un certo punto, lo scontro
non diventa contro il fascismo, ma contro i fascisti. Il salto e la
violenza nascono quando qualcuno - come chi praticò la lotta armata -
pensò, sbagliando, che il fascismo potesse tornare come regime.
Nell'elaborazione della nonviolenza c'è stato un forte richiamo al
femminismo. Ma le femministe lo hanno visto come un richiamo che è
rimasto lì. Giustapposto come si diceva prima. Come mai?
Per me questa questione resta aperta. Resta un rovello. Sento mia la
sollecitazione del femminismo al mutamento di paradigma, alla necessità
di andare oltre la giustapposizione. Ma è vero: non siamo riusciti. Io
posso parlare per me. Quando leggo Lea Melandri sono d'accordo su tutto,
ma se mi chiedi di ridirlo non sono in grado. Come mai? Intanto il mio
essere maschio. Poi ci sono altre due condizioni che incidono: la mia
cultura da un lato, dall'altra che il femminismo, nel suo giusto diritto
di affermazione, non poteva che elaborare una lingua propria. Il mio
organicismo mi disturba, ma resto tale e ho difficoltà a capire la
lingua dell'altra. Sono però convinto che non si possa pensare la
liberazione della persona, a partire dal rapporto tra donna e uomo,
senza una revisione del paradigma. Come? Forse la nonviolenza, in quanto
dotata di uno statuto proprio, potrebbe favorire questo lavoro comune.
Abbiamo detto che la nonviolenza non è una priorità della sinistra,
ma che anche la sinistra non sta tanto bene. Vale allora la pena oggi
rilanciare questa proposta?
E' una necessità assoluta. Penso sia una chiave di volta per ricomporre
la frammentazione. Per far comunicare enne diversità non basta mettere
insieme i pezzi. C'è bisogno di una reinvenzione della sinistra che
passi per la dimensione europea e che ricostruisca un'idea di civiltà.
Non basta cioè dire che bisogna mettere insieme conflitto di classe,
contraddizione uomo-donna, pacifismo e critica allo sfruttamento delle
risorse naturali, ci vuole una ricostruzione della soggettività critica.
La nonviolenza può essere l'elemento propulsore, anche perché ti
permette di riconoscere la verità interna comune di chi si batte contro
l'oppressore.
Intanto si litiga, anche tra fratelli, tra sorelle. Altro che
nonviolenza…
Proviamo a fare un esperimento. Mettiamo insieme per una settimana
tutti i protagonisti italiani della sinistra. Partiti, associazioni,
giornali. E mandiamo un testimone che poi dovrà riferire ad un convegno,
supponiamo in Giappone. Alla fine, questo signore, andrà via convinto
che la sinistra in Italia esista e che, nonostante alcune, anche
importanti, differenze, ha molte idee in comune. Se lo stesso signore,
sente le persone, una a una, in un confessionale capirà che sono tutti
contro tutti. La nonviolenza servirebbe a migliorare anche i rapporti
tra di noi.
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