Bimestrale diretto da Fausto Bertinotti

 

   Home

   Chi siamo

   In uscita

   Iniziative

   Appuntamenti

   Contributi

   Archivio

   Abbonamenti

   Contatti

   Associazione

   Newsletter

 


 

   Contributi



Massimo Rosati
Un nuovo partire

 

Mentre la classe politica al governo imbarbarisce giorno per giorno la cultura politica e il tessuto sociale di questo Paese; mentre lavora con meticolosa sistematicità all’erosione di ogni forma di solidarietà e compressione di libertà responsabile, e mentre le ‘forze’ di opposizione – tutte – annaspano in preda a convulsioni di un genere o di un altro, a sinistra del PD si torna a parlare, dopo la rottura di Chianciano che Nichi Vendola ha consumato con Rifondazione, di ri-partenze. Ripartenze che implicano complesse scelte politiche in senso stretto (liste elettorali in vista delle europee, alleanze etc.), ma forse anche nuove riflessioni su cosa il nuovo soggetto politico che il Movimento per la sinistra si propone nel tempo di costruire intenda essere. Politicamente, certo, ma anche in termini di cultura politica, concezioni della società, della democrazia, degli spazi e delle forme di partecipazione. In momenti in cui tutto, almeno a casa nostra, sembra in movimento, si è chiamati a offrire il proprio contributo di idee e passione civile per il progetto di costruzione di una sinistra delle libertà e, per vocazione, delle solidarietà (laddove il plurale ha la propria importanza). È tra noi, in primo luogo, che dobbiamo ri-aprire, sempre e per l’ennesima volta, la discussione, al fine di capire cosa possiamo offrire al Paese e alla sinistra europea come sfondo del nostro agire nelle istituzioni e nella società. Abbiamo un capitale di esperienze, prassi, convinzioni profonde da cui ripartire, ma anche una riflessione da compiere su come interpretare libertà e solidarietà nella complessità delle società che abitiamo.

 

 

     Continuità

Darei per scontato che al centro della cultura politica della sinistra delle libertà e delle solidarietà cui guardiamo vi sia, in primo luogo, una forte identità anti-fascista, il richiamo ideale e pedagogico alla Resistenza, alle liturgie civili della memoria del 25 Aprile, delle Fosse Ardeatine, del 27 Gennaio, del 2 Giugno, quali patrimonio condiviso del Paese, non liquidabile, non barattabile, non scambiale con nessuna riforma bipartisan; un richiamo non retorico, ritualistico senza meno (cioè sempre da riattualizzare in forma partecipata), che vogliamo poter trasmettere alla memoria futura del Paese, rendere parte della coscienza collettiva delle generazioni future, solido discrimine di scelte politiche ed etiche per il futuro.

Darei per scontata una memoria – “partigiana” – della storia del comunismo italiano, del lascito culturale e ideale di Antonio Gramsci e di tanti compagni e compagne dopo di lui. Della storia del movimento operaio in Italia la sinistra che vogliamo non può che riappropriarsi criticamente ma orgogliosamente.

Darei per scontata la vocazione ai temi del lavoro, dei diritti dei lavoratori, della loro estensione ai nuovi cittadini immigrati (quelli che vogliamo includere con forme non assimilazioniste in una cittadinanza condivisa); la critica a modi di produzione reificanti, a forme di giustizia distributiva inique.

Darei per scontata la ormai acquisita consapevolezza della centralità della questione ambientale, come questione di sopravvivenza delle specie, umana inclusa, ma anche risorsa di sviluppo, e forse unica chiave per una rivoluzione globale dei sistemi produttivi, delle forme di vita, dei rapporti sociali.

Darei per scontata una visione della politica internazionale cooperativa e capace di volgere strategicamente lo sguardo dell’Italia e dell’Europa verso prospettive “non-atlantiche”, senza ideologismi (fossero anche anti-atlantici) ma con sensibilità specifiche verso il mediterraneo e il Bosforo.

Darei soprattutto per scontata una visione della politica anti-atomista, anti-individualista, anti-utilitarista; il recupero di una tensione verso la politica come costruzione condivisa di legami, comunità di destino, articolate su una molteplicità di livelli.

Darei per scontata la sensibilità verso le forme di giustizia violata non solo come conseguenza di iniqui criteri di distribuzione, ma anche di disconoscimento culturale e identitario, quale che sia la base della forma di vita che reclama riconoscimento (genere, religione etc.[1]).

Darei per certo che tutto questo sarà nel DNA del nuovo soggetto che il Movimento per la sinistra si impegna a costruire. Darei anche per scontato che la riflessione su luoghi e forme della partecipazione democratica saprà mettere a tema questioni legate alle nuove forme di partecipazione politica, da quelle successive alla “rivoluzione silenziosa post-materialista” (femminismo, ecologismo, volontariato etc. etc.) a quelle legate allo sviluppo dei new media (social networks etc.).

 

     Discontinuità “creative”

Ci sono tuttavia aspetti e questioni rispetto alle quali ritengo che la cultura politica di una sinistra delle libertà e delle solidarietà debba essere capace di discontinuità creative e revisioni critiche; ne cito solo due, tra loro correlate, che credo possano e debbano essere parte di una riflessione a tutto campo, che coinvolga competenze e saperi ampi, nel sociale, nel politico e nel mondo della cultura.

La prima ha a che fare con i rapporti tra il sociale e il politico, già al centro delle travagliate recenti vicende di Rifondazione comunista. Qui si tratta di navigare tra gli opposti pericoli di una mistica della società civile, da un lato, e le altrettanto rischiose tradizionali concezioni della priorità del politico, dall’altro. Ci sono riflessioni oramai difficilmente contestabili e sedimentate che mostrano come la politica (o il politico che dir si voglia) abbia oramai perso la sua funzione di guida dei processi di organizzazione del sociale, e dal punto di vista di una sinistra gramsciana ciò non andrebbe inteso solo un segno dei mala tempora che viviamo; al contrario, guardare alle capacità di auto-organizzazione del sociale dovrebbe essere segno distintivo di una sinistra delle libertà e delle solidarietà, capace di aderire con maggiore sensibilità alle molte pieghe di un sociale che non si lascia comprimere dalla logica di potere dello Stato. D’altro canto, con ciò non si esaurisce la funzione della politica, né tanto meno quella di una classe dirigente che, ancora una volta gramscianamente, non può abdicare al compito di orientamento oltre che di ascolto di un sociale che se è capace di produrre legami è anche sempre soggetto a pulsioni atomistiche, egoistiche e talvolta anomiche. Va ribadito e tenuto sempre bene a mente che il sociale non è in sé né necessariamente anomico, e dunque bisognoso di organizzazione da parte del politico, né viceversa spontaneamente sempre e comunque fucina di progressive forme di solidarietà. Fuori dunque da ogni mistica della società civile, bisogna tuttavia recuperare pienamente – e soprattutto riflettere sulle implicazioni di un simile recupero – una concezione del sociale come internamente differenziato, attraversato da una molteplicità di interessi e valori. Un sociale, in sostanza, plurale, non riconducibile a sintesi politicamente giacobine. Per quanto possa sembrare ovvio, qui la sinistra ha da rompere con (parte del) proprio passato otto-novecentesco, attingendo a quelle tradizioni che al proprio interno avevano già avvertito i limiti dei modelli giacobini, fondati sulla centralità del politico e della sua forma moderna, ossia lo Stato.   

La seconda ‘discontinuità creativa’ ha a che fare con le implicazioni di una simile revisione dell’idea di società e di quella dei rapporti tra il sociale e il politico. Se facciamo nostra l’idea di un sociale internamente plurale e non riconducibile a sintesi giacobine – cioè: ad una volontà generale, giuridicamente espressa dal legislatore parlamentare –, dobbiamo allora essere pronti quanto meno a mettere a tema possibilità alternative di giuridificazione dei rapporti tra sociale e politico, di produzione delle norme del vivere associato (ché di norme il sociale ha sempre costitutivamente bisogno: l’idea di una de-regolamentazione del sociale, dal mio punto di vista, semplicemente non appartiene alla cultura politica della sinistra). La possibile revisione di una “mitologia giuridica” moderna[2], quella della natura sempre e soltanto statuale (legislativo-parlamentare) della produzione delle norme giuridiche, non è ancora mai entrata nell’agenda culturale e politica della sinistra italiana (a mia conoscenza). Con coraggio, al contrario, si dovrebbe poter riflettere su una appropriazione da sinistra delle riflessioni sul pluralismo giuridico, da intendersi non solo come pluralismo delle fonti giuridiche (di fatto già in essere, soprattutto a seguito della volontaria parziale cessione di sovranità degli Stati moderni a organizzazioni sovra-nazionali), ma come pluralismo degli ordinamenti giuridici su di uno stesso territorio. Menti più competenti di me potrebbero facilmente mostrare che in Italia, da Santi Romano a Paolo Grossi, abbiamo una tradizione giuridica di primo piano che invita a riflettere sui limiti ideologi dell’assolutizzazione di istituti giuridici tutto sommato recenti, se guardati con profondità storica e in ottica comparativa[3]; e menti più competenti della mia potrebbero facilmente mostrare che una riflessione di questo genere non sarebbe estranea ad una cultura politica di sinistra, specie se si vuole erede del pensiero gramsciano.

Il pluralismo giuridico, ci ricorda oggi Gunther Teubner, è l’unica risposta possibile alla differenziazione e parallelamente globalizzazione delle diverse sfere pubbliche che compongono il sociale[4]. È l’unica risposta capace di tenere insieme libertà e solidarietà nel contesto di una pluralizzazione radicale di interessi e valori. La parte più avanzata della riflessione sul multiculturalismo, tanto per fare un esempio, ragiona – certo con la dovuta cautela ma anche senza remore – sull’opportunità di ‘multicultural jurisdictions’, come risposta a legittime richieste di riconoscimento di identità religiose[5]. Fa scandalo alla sinistra italiana, anche ad una sinistra delle libertà e delle solidarietà, pensare a livelli multipli anche se gerarchicamente organizzati di obblighi e lealtà giuridiche in materia di diritto di famiglia per esempio? In altri termini a tribunali religiosi competenti – su basi volontarie – a decidere questioni controversie inerenti educazione dei figli, eredità, matrimoni e divorzi, alternativi rispetto a quelli secolari statali? Si tratta solo di un esempio, forse il più ‘scabroso’ a sinistra viste le semplicistiche (e viziate dalle polemiche interne) idee con cui si guarda al rapporto tra forme secolari e forme religiose di vita, ma pur sempre solo di un esempio tra i molti possibili. In Inghilterra se ne può discutere, anzi la discussione può lanciarla l’Arcivescovo di Canterbury[6]! In Italia? A sinistra?

Il punto fondamentale sul quale vorrei invitare alla riflessione, in altri termini, riguarda l’immagine di società che una sinistra delle libertà e delle solidarietà dovrebbe avere, e dei rapporti tra questa, il politico e il giuridico. Una società internamente differenziata, articolata in gruppi capaci di produrre solidarietà e contrastare atomizzazione e solitudine, gruppi di varia natura ma messi in condizione di produrre i loro propri ordinamenti giuridici. Una concezione pluralista della democrazia che rifletta una visione non più piramidale della società  - un sociale magari internamente differenziato, ma pur sempre rispondente ad un politico statuale in cui il potere legislativo è chiamato a tradurre la volontà generale, come ancora nelle più ‘avanzate’ e pur sempre meritevoli della massima attenzione elaborazioni teoriche normative, come quella di Jürgen Habermas – ed una concezione pluralista degli ordinamenti giuridici (e non solo delle fonti giuridiche). Di nuovo, si pensi solo ai rapporti tra religioni (al plurale: il dramma dell’Italia non è una strisciante de-secolarizzazione che minaccia la laicità, come anche a sinistra si strilla in continuazione, ma la mancanza di un vero pluralismo religioso, e della equazione religione-cattolicesimo-Conferenza Episcopale Italiana), o a questioni legate ad una integrazione non assimilazionista delle culture degli immigrati; si tratta di questioni che possono e debbono essere affrontate in modo coraggioso a partire da immagini della società, della democrazia, del diritto il più possibile inclusive e partecipatorie.

Memoria condivisa dell’antifascismo quale base di un patriottismo costituzionale condiviso, da un lato, e radicale pluralizzazione degli istituti di produzione di legami sociali e norme e regole del vivere associato, dall’altra: questi due (dei) binari lungo i quali ripensare luoghi e forme della partecipazione democratica vista da sinistra.

 


 

[1]              Cfr. N. Frazer, H. Honneth, Redistribuzione o riconoscimento?, Meltemi, Roma, 2007

[2]              P. Grossi, Mitologie giuridiche della modernità, Giuffrè editore, Milano, 2007.

[3]              Cfr. Santi Romano, Lo stato moderno e la sua crisi, Giuffré editore, Milano, 1963; Santi Romano, L’ordinamento giuridico, Sansoni, Firenze, 1946; P. Grossi, L’ordine giurido medioevale, Laterza, Roma-Bari, 2006; P. Grossi, Prima lezione di diritto, Laterza, Roma-Bari, 2003.

[4]              G. Teubner, La cultura del diritto nell’epoca della globalizzazione, Armando, Roma, 2005.

[5]              A. Shachar, Multicultural Jurisdictions, Cambridge University Press, Cambridge, 2006.

[6]              Cfr. M. Rosati, Pluralismo religioso e pluralismo giuridico: il caso della “controversia sulla shari’a”, in corso di stampa.