|
|
|
|
|
Massimo Rosati Nessuno può prevedere con esattezza, e forse neanche con ragionevole approssimazione, quale sarà l'esito delle 'primavere del mediterraneo' di cui anche alternative per il socialismo giustamente discute. Le incertezze terminologiche – primavere, rivoluzioni, rivolte – dicono già di una difficoltà di diagnosi, figuriamoci ipotizzare esiti. Ciononostante, la riflessione è doverosa, come prendersi qualche rischio in corsa. In questi mesi si sono accavallate molte voci e interpretazioni, da ogni parte politica e culturale, dall'Italia come da altre parti del mondo, naturalmente. Per quel che sta nelle mie capacità di 'monitoraggio' del dibattito, mi stupisce, e amareggia, un certa tendenza del 'mondo occidentale' a guardare ai processi in corso continuando a non accordare autonomia politica e culturale agli attori sul campo, o non fino in fondo. Provo a spiegarmi. Non parlo di quei commenti e interpretazioni che, da destra, omettono in mala fede di ricordare il ruolo dei governi occidentali nel costruire e tenere in vita regimi di cui oggi si celebra la caduta, o cui oggi si toglie il sostegno (meglio tardi che mai) in nome del rispetto dei diritti umani; non serve sfondare porte aperte, non in una riflessione su questa rivista. Mi interessa, come sempre direi, guardare in casa nostra, in quella casa di cui vogliamo la ricostruzione, e che vorrei vedere ricostruire, a ogni passaggio, portandoci dietro il meglio del nostro passato ma anche con quelle discontinuità di cui tutti, ufficialmente, andiamo parlando; ma di questo ho già scritto, anche in questa sede. Voglio quindi richiamare i contributi al numero 17 di alternative per il socialismo, per entrare con essi in un dialogo franco e schietto, e spero costruttivo. Soprattutto con il contributo di Giuliana Sgrena. Credo che siamo tutti d'accordo nel pensare il Mediterraneo come il luogo privilegiato dell'intercultura, e dunque della potenziale ridefinizione – rispetto ad un 'modello atlantico' – dell'idea stessa di modernità, nonché delle sue concrete articolazioni. Va da sé che l'ibridazione di identità a cui la ricchezza delle diversità compresenti su uno stesso territorio dovrebbe portare, e di fatto porta un po' per giorno, implica la disponibilità da parte di ciascuno a mettere in gioco la propria forma di vita, dagli assetti istituzionali in cui siamo abituati a vivere, alle pratiche quotidiane, ai più radicati convincimenti o tenaci costumi. Se così stanno le cose, perché pensare che in Egitto, ad esempio, la primavera o sarà laica o sarà un rigido inverno islamista? Sono ben lontano dall'attribuire a Giuliana Sgrena un pensiero poco attento alle distinzioni, e so che non stava parlando dell'Islam in quanto tale; eppure credo che qualche ambiguità nel suo contributo rimanga. Leggo, ad esempio: “in realtà lo scontro è tra coloro che vogliono realizzare gli obiettivi della rivoluzione (libertà e democrazia) e chi tende solo a conquistare il potere, tra valori laici e progressisti e conservatorismo religioso” (p. 179). Tra i 'good guys' ci sono giovani, blogger, donne in primis, sappiamo protagoniste di una straordinaria (anche perché non violenta) azione liberatoria. Ma, mi chiedo, donne e uomini religiosamente conservatori devono ipso facto ricadere nel campo di coloro che ad altro non aspirano che al potere? La rivoluzione in corso in Egitto (e altrove) se è tale “tecnicamente”, non può includere al suo interno un'idea di modernità e laicità che faccia spazio ai valori religiosi in modo diverso dall'immaginario secolarista-illuminista europeo? Giuliana Sgrena ha di mira i Fratelli Musulmani, di cui dice che sono una sigla dietro cui “si nascondono diverse anime che arrivano fino agli ultraconservatori e fondamentalisti salafiti, che stanno cercando di conquistare il controllo delle moschee” (p. 180). Fino a, ma a partire da dove? Se è vero, come è vero, che i Fratelli musulmani sono organizzazione complessa, al suo interno in evoluzione, con una generazione giovane protagonista accanto ad altri giovani in piazza Tahrir, perché nominarne solo la componente dal volto oscurantista? E come non riconoscere che l'egemonia che i Fratelli Musulmani hanno nella società egiziana ha anche un risvolto che va compreso? E' politicamente e culturalmente quello che la sinistra deve fare isolare le frange estreme, o quel che vale per Hamas non vale per altri? Ancora, leggo che qualora dovesse darsi, “purtroppo – una possibile vittoria dei Fratelli musulmani e alleati (militari e esponenti del vecchio partito di Mubarak) metterà fine a ogni velleità democratica introducendo la sharia (legge coranica)” (p. 180). Ma la legge islamica è già parte della legislazione egiziana, e recentemente Ahmed al-Tayyeb, il grande imam di al-Azhar del Cairo, ha invocato uno stato “moderno, costituzionale e democratico”, in cui ci siano eguali diritti per tutti i cittadini, inclusi cristiani copti, ebrei; chi soffia sul fuoco dell'uso politico della religione in Egitto? Chi gioca al pericolosissimo gioco dell'Islam contro i copti? Certo non deve essere la sinistra a stare a questo gioco. Esistono dibattiti, perfettamente legittimi, anche in Europa, su come contemperare diritti plurali in uno stesso condiviso spazio giuridico, forme di pluralismo giuridico che includano anche diritti religiosi: proprio quella sinistra che vuole riconoscere autonomia al sociale intende tagliarsene fuori? Ma anche di questo ho scritto in questa stessa sede, come in altre. Ci sono due punti che mi preme sottolineare ora con forza. Il primo lo ha evidenziato Mustafa Akyol da un osservatorio privilegiato, quella Turchia la cui esperienza ha molto da insegnare in termini di sperimentazione di forme di diversa convivenza tra religioni e forme di vita secolari, ed è il seguente: esiste una sorta di riflesso condizionato, uno di quelli di cui la sinistra fa fatica a liberarsi (aggiungo io), per cui si pensa che individui e gruppi secolari debbano essere più liberali, progressisti e democratici di individui e gruppi ispirati da visioni religiose della vita, necessariamente più conservatori (specie se musulmani). Si tratta di un presupposto semplicemente falso: simili associazioni posso darsi, come come si è dato e si dà l'esatto contrario. Proprio la Turchia è uno di quei casi che smentiscono una simile associazione, a meno di voler sostenere che progresso e diritti stiano dalla parte dei militari, dell'elite kemalista e del deep state legato ad una associazione eversiva come Ergenekon (ammetto, qualcuno lo fa e la questione è controversa, ma non ritengo sia posizione difendibile). Ogni contesto è storia a sé, e so che Giuliana Sgrena parlava di un caso ben preciso. Ma il punto, il secondo punto che voglio sottolineare, è che se pensiamo il Mediterraneo come luogo dell'ibridazione, non possiamo credere che le primavere mediterranee avranno successo solo se daranno vita a istituzioni laiche e progressiste in un qualche senso familiare alla storia del mondo post-illuminista occidentale, di cui la sinistra italiana è stata ed è parte integrante culturalmente. Concludendo una sua riflessione a caldo proprio sui fatti di piazza Tahrir, Sheila Benhabib, onesta e progressista voce liberal-democratica (nel senso americano dell'espressione), faceva notare come i giovani di piazza Tahrir – tutti, musulmani inclusi – stiano dando vita a qualcosa che noi, anche donne e uomini di sinistra, dovremmo predisporci in linea di principio ad imparare: un modo diverso rispetto alle nostre convinzioni radicate di pensare la religione nello spazio pubblico, l'idea di secolarizzazione, i rapporti tra religione e politica, gli equilibri interni tra le diverse sfere che compongono una società moderna. Moderna, ma non necessariamente moderna nel segno dell'illuminismo occidentale, di cui peraltro siamo avvezzi a criticare molti aspetti quando non si tratta di religione. Quanto costa a noi, sinistra detta radicale da altri con fare spregiativo, mettere davvero radicalmente in questione noi stessi, la nostra storia e 'bibliografia', per fare spazio all'autonomia di chi pensa che l'autonomia sia comunque soggetta al rispetto di un'autorità trascendente? La strada da fare in direzione di una sinistra postsecolare è lunga e difficile, e rischiosa, certo. Ma riconoscere l'autonomia di un sociale capace di gestirsi oltre la gabbia del politico novecentesco passa anche per il confronto aperto al reciproco apprendimento con le culture e tradizioni religiose.
|