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Newsletter n°1/2010
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Il laboratorio
Puglia - di Rina Gagliardi
Azzardiamo una previsione: entro quarantotto o settantadue ore, Nichi
Vendola sarà il candidato ufficiale del centro-sinistra pugliese. Senza
primarie, s’intende, e senza l’Udc, naturalmente. E naturalmente, più
che una previsione, il nostro è un auspicio – epperò ricco di riscontri
e di reali possibilità politiche. Alla fin fine, la riconferma di Nichi
rappresenta l’esito più unificante, e il meno lacerante, per il
centrosinistra e segnatamente per il Pd: in questo senso, il prezzo da
pagare all’alleanza forzosa con il partito di Casini si è già rivelato
troppo alto, così salato da pregiudicarne fin d’ora il valore politico.
Un partito spaccato e “ingovernabile” (ma forse “il nostro non è un
partito, al massimo è un agglomerato”, come ha affermato candidamente il
segretario regionale), un pasticcio geopsicopolitico, che da Bari a
Lecce rischia di travolgere il poco che resta del gruppo dirigente, una
sequenza di gaffes o brutte figure (come la leggina ad personam chiesta
da Emiliano), un rifiuto pertinace e quasi ideologico della dimensione
partecipativa e democratica (vedi l’incredibile balletto sulle
primarie): questo sarebbe comunque l’esito della candidatura di
Francesco Boccia. Un esito che il cinismo politico potrebbe
tranquillamente tollerare, se comunque per questa via ci fosse una
consistente probabilità di battere a marzo il candidato del
centro-destra. Ma una tale probabilità è notoriamente prossima allo
zero, sia per la debolezza della leadership Boccia sia per la
(meritoria) capacità di lotta e di resistenza di Nichi Vendola – un
“ingombro” di cui non ci si libera facilmente, né con le buone né con le
cattive, come si diceva una volta. Dunque? Dunque, la verifica sul campo
(non solo virtuale) è già stata in buona parte compiuta: l’alleanza con
l’Udc, alle condizioni dettate dall’Udc, manda in frantumi quel che
resta del Pd e della sinistra che esso rappresenta. Dunque, Casini, a
differenza di Parigi, “non vale una Messa”. Dunque, in Puglia
l’unica chance è sempre lui, Nichi.
Naturalmente, di ora in ora, nel Tavoliere, tutto può cambiare e anche
rovesciarsi – se è vero che perfino la gran volpe Massimo D’Alema dice
che neanche lui “ci capisce più nulla” (ma non credetegli troppo: forse
intende dire soltanto che la trama della sua tela sta perdendo troppi
fili). Ma la sostanza della situazione, quella di cui la vicenda
pugliese è l’esempio forse più clamoroso, non cambia. E la sostanza è
che la crisi della politica, e segnatamente la crisi del Partito
Democratico, ha fatto un ulteriore salto di qualità – nelle forme più
visibili dell’impazzimento e dello psicodramma. Dietro le quali, si
celano tutte le irrisolte questioni dell’identità strategica e del
profilo politico-culturale del maggior partito di opposizione.
***
Soffermiamoci ancora sulla vicenda delle elezioni regionali. Con le
eccezioni dei fortini residui delle “regioni rosse” (Toscana, Emilia,
Marche e non Umbria) e del Piemonte, il Pd appare in difficoltà (e
disunito) un po’ dovunque. Certo, è legge universalmente nota della
politica stessa che il momento della scelta dei candidati è sempre il
più difficile e il meno esaltante – per tutti i partiti, nessuno
escluso. Ma quel che sta succedendo oggi (anzi, che è già successo) va
oltre le peggiori esperienze del passato: perché la crisi esplode
all’interno della dimensione in cui l’eredità del Pci (Pds e Ds)
sembrava ancora solida, vale a dire l’amministrazione locale, dove
ancora per lunghi anni il partito di Bersani, D’Alema e Veltroni ha
continuato a lungo ad essere ricco di quadri politici, appunto buoni
amministratori, relazioni con il territorio, spesso “buongoverno” ed
efficienza. E’ come se un patrimonio di risorse – umane e politiche – si
rivelasse di colpo, se non consumato, certo molto logorato e in via di
ulteriore logoramento. E’ come se il Pd si ritrovasse di colpo nudo,
inerme, svuotato, in troppi luoghi d’ Italia – nel Sud come nel Lazio,
ma anche in regioni perse i partenza come il Veneto.
Dentro questo processo, dentro questa nudità, scoppiano (ri-scoppiano)
le contraddizioni interne che l’elezione di Pier Luigi Bersani alla
segreteria sembrava aver, almeno in parte, sopito: riscoppia soprattutto
l’eterno duello interno tra i “dalemiani”vincitori e i “veltroniani”
sconfitti, insieme alla contraddizione (nient’affatto sovrapponibile)
tra laici e cattolici. Ed esplodono, com’è tipico del clima
contemporaneo, individualismi accesi, infiniti giochi tattici – ognuno
dei quali assomiglia a un perverso rompicapo. In breve: la crisi del Pd
appare anche una crisi “politico-antropologica”, che molto ha a che
fare, prima che con la politica, con la sua essenza profonda – con il
suo “essere-nel-mondo”, avrebbe detto un noto filosofo del ‘900. A vent’anni
e passa dalla Bolognina – questa è forse la chiave di lettura da tenere
presente – il bilancio del partito postcomunista si presenta
discretamente fallimentare: tutti i problemi, tutti i nodi politici e
strategici, tornano ad essere quelli dell’89. Solo che la storia non si
lascia riavvolgere all’indietro, come un nastro trasportatore alla
rovescia: nel frattempo, in questi quattro lustri abbondanti, il
patrimonio (grande) che comunque il Pci aveva consegnato ai suoi eredi è
andato dissipandosi. Non c’è più. Proprio come un’eredità che man mano
viene spesa – e dilapidata. E dopo?
Dopo, sembravano esserci solo due ipotesi: l’eclettismo populista e
postideologico di Walter Veltroni, per un verso, la ri-conquista di una
fisionomia, più o meno, socialdemocratica, per l’altro verso. La prima
ha fallito nel suo obiettivo costituente - vincere le elezioni – e
attualmente non è più in campo. La seconda – sulla carta – ha vinto
l’ultimo congresso – quello in cui Bersani ha dichiarato come sua
priorità il tema del lavoro, e forse intendeva la piccola impresa,
piuttosto che i lavoratori. Ma, curiosamente, si sta inverando attorno a
una linea politica (una tattica?) che con l’identità riformista (capace
di competere anche in epoche, come questa, di socialdemocrazie in grave
difficoltà) non sembra entrarci quasi per nulla: l’alleanza con l’Udc.
Un patto funzionale alla prossima battaglia politica generale, per
provare a battere Berlusconi, e alla ridefinizione del sistema politico
in senso tri-polare, invece che bi-polare. Una prospettiva che Casini
stesso si è incaricato di spiegare con una certa lucidità: ridar vita ad
un Grande Centro, dialettizzato tra una componente moderata (la sua) e
una componente di centro-centro-sinistra (il Pd), capace di competere, o
collaborare, con il centro-destra (liberato da Berlusconi),
marginalizzare le estreme (a destra la Lega, a sinistra quel che resta
della sinistra alternativa) e riavviare così un ciclo politico a guida
cattolico-moderata. La Puglia, come è ormai più che noto, era stata
concepita come il “laboratorio” eccellente di questa futuribile
esperienza. C’è da meravigliarsi se la crisi del Pd ne è uscita più
aggravata che mai? E che, ove Nichi Vendola ce la facesse davvero, ci
sarebbe da stappare champagne non certo solo per lui, ma per l’Italia?
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La
controriforma fiscale di Berlusconi - di Alfonso Gianni
Ci risiamo, c’era da giurarlo. Rimessosi dalle
conseguenze del fatale bagno di folla in quel di Milano, Berlusconi ha
subito rilanciato a tutto campo. Non bastava il decreto blocca-processi
e quindi ci ha aggiunto la “riforma” fiscale. Semplificazione del
sistema sulla base di due aliquote, il 23% e il 33%, come nella
primigenia campagna elettorale del 1994 e via andare. Sembrava che
questa volta il Presidente del consiglio volesse fare sul serio, anche
se Tremonti si era da subito dimostrato più prudente, rendendosi
immediatamente conto della perdita per l’erario statale contenuta nella
proposta. Come dire: tacco e punta, un colpo all’acceleratore e l’altro
al freno, ma alla fine è prevalso quest’ultimo. Il Berlusconi combattivo
e un po’ incattivito malgrado i suoi proclami sull’amore, annuncia che
l’idea resta valida ma è da rimandare perché le condizioni economiche
non lo permettono.
Ma
non bisogna accontentarsi di questo rinvio. Il problema che balza agli
occhi è la debolezza della risposta complessiva della sinistra alla
provocazione berlusconiana. La Cgil ha detto subito no con nettezza, ma
non gli altri sindacati, mentre il Pd pare interamente concentrato sulla
vicenda processuale di Berlusconi e conseguentemente sulla indignazione
per il nuovo decreto salva-premier. Indignazione sacrosanta,
naturalmente, ma che non dovrebbe impedire di prendere sul serio il tema
fiscale. Invece stando alle prime dichiarazioni di Bersani e di Enrico
Letta, è prevalso il semplice scetticismo sulla effettiva possibilità
del governo di andare in fondo sui suoi intendimenti, per l’eccessivo
costo che la “riforma” avrebbe, e la convinzione che si tratti solo di
campagna elettorale per rastrellare voti in vista delle regionali. In
effetti il governo non è passato ancora dalle dichiarazioni ai fatti, ma
ciò che colpisce è che un simile atteggiamento nelle forze di
opposizione sarebbe giustificato, benché debole, solo se fossimo di
fronte ad un provvedimento sostanzialmente condivisibile, indirizzato
nella giusta direzione, seppure da perfezionare. Ma qui non siamo di
fronte alla promessa di qualche sconto fiscale per raccogliere consensi
elettorali da un ceto medio-alto impoverito. Siamo di fronte al
coronamento di un disegno neoliberista per giunta fuori tempo massimo.
Infatti la tendenza a livello mondiale va in direzione opposta, dovendo
tutti gli Stati fare fronte alla crisi economica e alla generosa
elargizione di aiuti conferita al sistema economico. Gli stessi Stati
Uniti di Obama, che già ora hanno un aliquota massima superiore a quella
voluta da Berlusconi per l’Italia, sono indirizzati verso
l’innalzamento, come prevedono economisti e attenti osservatori della
realtà americana. Infatti la riforma sanitaria, seppure decurtata
rispetto ai suoi obiettivi iniziali dal pesante drenaggio parlamentare,
non si può fare gratis, anche se non si tornerà ai livelli delle imposte
pre Reagan. Al di qua dell’Atlantico, secondo i dati Eurostat aggiornati
a tutto il 2008, abbiamo una media delle aliquote massime, per l’Europa
a 16, che è pari al 42,1%, mentre quella per l’Europa a 27 è del 37,8%.
Secondo quella modalità di calcolo, che include anche la parte relativa
all’imposizione locale, la Danimarca sta sul 59%, la Germania sul 47,5%,
la Francia sul 45,8%, mentre l’Italia sul 44,9% (43% è la nostra
aliquota attuale, cui gli statistici europei aggiungono un 1,9% di
imposta locale).
Come si vede se passasse il disegno berlusconiano l’Italia sarebbe al di
sotto persino del prelievo fiscale dell’Europa a 27, malgrado che su
quella media insistono paesi, come quelli dell’Est, che hanno adottato
politiche fiscali molto generose per favorire lo sviluppo, comunque sia,
di un mercato privato e per accogliere investimenti esteri. L’Italia è
al contempo il paese che ha il più alto tasso di evasione fiscale, circa
dieci punti in più rispetto a Francia e Germania. L’illusione che
abbassando le tasse, l’aliquota massima nella fattispecie, perché quella
minima resterebbe al palo, si riesca a fare pagare i ricchi, come hanno
dichiarato autorevoli quanto incompetenti rappresentanti del governo, la
consegniamo all’elenco delle bufale di cui è ricca la storia
dell’economia. Come la curva di Laffer, secondo cui diminuendo le
imposte sarebbe tuttavia aumentato il gettito a causa della diminuzione
della evasione. Stiglitz la definì “una teoria scarabocchiata su un
foglio di carta”, ma che ispirò tutta la politica reaganiana e oltre in
materia fiscale, forse anche in virtù del fatto che, come disse uno
spiritoso giornalista americano, la potevi spiegare in mezz’ora a un
deputato e poi lui sarebbe andato avanti a parlarne almeno per sei mesi.
Se
passasse questo disegno governativo le conseguenze sarebbero di un
ulteriore squilibrio del prelievo fiscale a favore dei maggiori
percettori di reddito. Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre,
tutt’altro che malfidente nei confronti di Berlusconi, a fronte di una
riduzione del carico fiscale di 520 euro annui per una coppia con un
figlio a carico con un reddito di 21.500 euro ciascuno, i veri
gratificati dalla “riforma” sarebbero coloro che intascano più di 40
mila euro annui, che vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di 2.320
euro; quelli al di sopra dei 100 mila addirittura di 14.170 euro. Il
carattere di classe della “riforma” è dunque evidente in senso puramente
aritmetico. Ma i suoi sostenitori hanno subito detto che bisognerà agire
su detrazioni e deduzioni (così si sono anche espressi sindacalisti
della Cisl e della Uil). Ma, a parte il fatto che con l’aggiunta delle
detrazioni la conclamata semplificazione del nuovo sistema fiscale va a
farsi benedire e che il gettito fiscale complessivo diminuirebbe
ulteriormente con decisivo nocumento per i servizi sociali, proprio
questa affermazione denuncia quasi infantilmente la filosofia che anima
la proposta: ridurre le tasse ai ricchi e fare qualche concessione ai
settori più deboli. Una riforma all’incontrario, capovolta, dunque, una
controriforma in senso quasi fisico.
Mentre il Pd al massimo è preoccupato per la tenuta del bilancio
pubblico, questo disegno del governo va interamente rifiutata in nome
del necessario e inderogabile spostamento del peso del prelievo fiscale
dal lavoro alla rendita. Quello che urge fare è proprio l’opposto, cioè
cominciare dal basso del nostro impianto fiscale: allargare la fascia
esente, abbassare la prima aliquota al 20%, visto che il numero dei
contribuenti ad aliquota 23% è di oltre 21 milioni, cioè il 50,9% della
platea complessiva, portare la tassazione delle rendite a un livello
comparabile con quello europeo (il vecchio disegno del governo Prodi di
arrivare al 20% è ancora attuale). In questo modo si potrebbe ottenere
una reale riforma che, lasciando sostanzialmente invariato il gettito
fiscale, riequilibra il peso del prelievo a favore del lavoro. Mentre le
banche, le borse e gli operatori finanziari tornano a fare lauti
guadagni con i vecchi sistemi, utilizzando a piene mani l’immissione di
liquidità fatta per fronteggiare gli effetti della tempesta finanziaria,
l’Istat ci conferma in questi giorni che la crisi economica si è fatta
sociale. Tra l’ottobre 2008 e il settembre 2009 i consumi degli italiani
si sono ridotti dell’1,6%, e non si tratta solo di gioielli e,
purtroppo, libri, ma anche di carne bovina e di altri comunissimi beni
alimentari. Né questa riduzione è stata compensata da un aumento alla
propensione al risparmio, visto che questo nello stesso periodo è
aumentato solo dello 0,4%. Parlare di abbassare ai ricchi l’aliquota
fiscale di dieci punti in una situazione come questa è uno sfregio tale
che persino Berlusconi se ne è accorto. Solo che bisognerebbe passare da
battaglie difensive e quelle per proposte alternative.
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Dalla polvere - "Analisi della condizione dei
lavoratori e dell'organizzazione produttiva della FIAT Mirafiori" - a
cura della FIOM provinciale di Torino - 1955
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Gli
appuntamenti
Giovedì 21
gennaio ore 15 – 19
Camera dei deputati – Sala delle Conferenze
Roma - Via del Pozzetto
Il sarto di Ulm –
Seminario sul libro di Lucio Magri
Introducono Rossana Rossanda e Mario Tronti
Organizzano Centro Riforma dello Stato e Alternative per il Socialismo
Venerdì 22 gennaio ore
10 – 13
Teatro Piccolo Eliseo
Via Nazionale, 183 - Roma
La solitudine dei conflitti
Presentazione del numero 11 di Alternative per il Socialismo bimestrale
diretto da Fausto Bertinotti
Intervengono: Gabriele Polo, Rosa Rinaldi, Gianni Rinaldini, Aldo
Tortorella
Coordina: Rina Gagliardi
Promuove: LAPIS
Venerdì 29 gennaio ore
21
Borgo di Celle - Città di Castello (PG)
“Si può fare, le buone pratiche di fronte alla crisi”
Corso residenziale organizzato da
Altra Mente
Introduzione alla proiezione del film “ Les Lip l’Imagination au pouvoir”.
Sabato 30 gennaio ore 9
– 15
Borgo di Celle - Città di Castello (PG)
“Si può fare, le buone pratiche di fronte alla crisi”
Corso residenziale organizzato da
Altra Mente
Ieri: le autogestioni in Yugoslavia e nel
programma comune del primo MitteranD -
Fausto Bertinotti e Roberto Musacchio
Oggi: l’America latina - Josè Vasco Abelli (portavoce MNER)
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