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Newsletter n°2/2010
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Fiat, il
testacoda di Marchionne - di Fausto Bertinotti
Il
testacoda del dottor Marchionne fa riflettere e induce a più di una
considerazione sul futuro dell’industria italiana nella divisione
internazionale del lavoro e dei mercati. La forte personalità
dell’amministratore delegato della Fiat non consente di pensare al suo
radicale cambio di strategia come un’improvvisazione. Le pesanti
conseguenze sociali delle sue scelte e persino il danno d’immagine che
l’azienda subisce debbono essere state ben valutate. Per altro la Fiat,
per quanto ridimensionata soprattutto nei livelli occupazionali,
continua ad essere, sebbene così non appaia dalle reazioni del governo,
dei partiti e persino delle confederazioni sindacali, uno degli assi
strategici del paese. Dunque le scelte annunciate dalla Fiat sono
indicative di una linea di politica industriale e di relazioni sindacali
che segna in larga misura la collocazione più generale della nostra
borghesia industriale e il modo con cui vengono fronteggiate dalla
politica e dal sindacato sono altrettanto indicative per la loro parte.
La svolta negativa della Fiat non poteva essere più radicale.
L’assunzione della guida della Fiat da parte di Marchionne aveva
suscitato ragionevoli speranze. L’impegno a difendere e valorizzare
l’occupazione di tutti i lavoratori quale condizione prima per il
rilancio del gruppo, l’avvio di una politica di relazioni sindacali
improntata alla considerazione delle ragioni del mondo del lavoro, il
riconoscimento dell’importanza della contrattazione e del ruolo delle
organizzazioni sindacali, non per come piacerebbero al padrone, ma per
come sono in realtà, a partire dalla concretissima Fiom, avevano
meritato un apprezzamento anche da chi storicamente era stato molto
critico nei confronti della filosofia Fiat.
In
un discorso all’assemblea degli Industriali di Torino, Marchionne, il 12
giugno del 2006, aveva rivendicato il traguardo raggiunto, mettendo la
Fiat, pressoché unica tra i più grandi produttori europei di auto, in
corsa per profitti e vendite più alte di tutti i tempi, una Fiat che
aveva raggiunto l’efficienza produttiva con la costruzione del 35% dei
suoi componenti per auto intercambiabili, riuscendo così a realizzare
una gamma completa di modelli, una Fiat che poteva rispondere
velocemente alle nuove opportunità del mercato producendo un nuovo
modello in soli 18 mesi. L’amministratore delegato aveva così commentato
le performance dell’azienda: “Questa non è la Fiat che abbiamo trovato
due anni fa, e di sicuro non è la Fiat degli ultimi anni ’90”. La sua
Fiat era stata diversa, indubbiamente, da quella che l’aveva preceduta,
ma ora dobbiamo constatare, purtroppo, che è stata molto diversa da
quella che l’ha seguita, cioè la sua Fiat di oggi. Per avere un’idea
della durezza del cambiamento bastino due altre citazioni di quel
discorso. Una riguarda l’occupazione. Disse allora Marchionne: “Gli
industriali si trovano a dover affrontare le fissazioni della maggior
parte degli analisti finanziari, e in qualche misura anche pensatori e
commentatori economici liberali che ritengono che le riduzioni di
organico siano per definizione positive. L’incapacità degli imprenditori
europei di annunciare nello stile americano che migliaia di persone
perderanno il loro posto di lavoro è vista come una cosa negativa. Mi
ricordo una conversazione con Carlos Ghosn, recentemente nominato
Amministratore Delegato di Renault poco dopo l’annuncio della sua
strategia di crescita nel febbraio di quest’anno. Lui ha avuto la
sensazione che i mercati finanziari cercassero avidamente lo spargimento
di sangue nell’azienda. Io ho avuto e continuo ad avere simili
sensazioni quando spiego perché non prevedo la chiusura di stabilimenti
in Italia”. L’amministratore delegato ha ora cambiato opinione e anche
dalla lettura di quel testo si può forse capire perché.
L’altra riguarda i sindacati. Diceva Marchionne: “I risultati raggiunti
da Fiat dimostrano che trasformazioni simili [l’innovazione, n.d.r.]
sono possibili, anche in un paese con una forte coscienza sindacale e
con quello che la maggior parte dei commentatori anglosassoni
chiamerebbero struttura del lavoro poco flessibile. Queste ultime
valutazioni sono esagerate. Se dovessi scegliere tra cercare di
risolvere la relazione tra GM con i suoi sindacati (UAW) o di trattare i
livelli occupazionali in Europa, io preferirei la seconda”. Ora
Marchionne sceglie invece il modello USA. Affiora allora un punto
decisivo: perché questo vero e proprio testacoda? C’è una ragione più
generale, quella per cui l’imprenditorialità in Europa e in Italia di
fronte alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato rifiuta di
disporsi ad un processo di riconversione e di politiche industriali
rivolte ad un diverso modello economico, sociale ed ecologico e sceglie
invece una ristrutturazione contro il lavoro. Ma c’è una ragione più
diretta. La Fiat del discorso di Torino era un’impresa multinazionale
con il baricentro e la testa italiane e la sua strategia muoveva verso
il mondo, a partire da una sua decisiva presenza nel paese. La Fiat che
si prospetta per il futuro è, al contrario, un’impresa sovrannazionale e
basta; senza un’impronta, una radice nazionale e, invece, con una
vocazione nord-americana. Perciò quel che prima andava difeso perché
considerato una risorsa in un determinato sistema, oggi diventa una
variabile dipendente: stabilimenti e lavoro. In questa logica si può
chiudere Termini Imerese, mettere unilateralmente in cassa integrazione
a zero ore un’intera popolazione lavorativa, togliere ad un sindacato
diritti fin lì riconosciuti. In quest’ultima strategia della Fiat di
Marchionne si può quel che non si può per i lavoratori e per il paese
Italia. Per questo ci sarebbe bisogno di una risposta forte, di una
mobilitazione generale, della costruzione, da parte delle sinistre e del
sindacato, di una proposta specifica sul futuro della Fiat e generale
per una strategia di politica industriale e di riconversione ecologica.
Da una sfida così si potrebbe arrivare ad un piano per il lavoro, anzi
si dovrebbe.
PS:
Si rincorrono notizie su una possibile cessione di Telecom a Telefonica,
la potente società spagnola. Trasparenza, zero. Dibattito pubblico sulle
strategie industriali del paese, zero. Il paese al buio; unici decisori
in campo restano i potentati. Così si decide della collocazione
dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati;
così si decide la specializzazione produttiva del paese; così si decide
il suo modello economico e sociale. La democrazia va in soffitta, mentre
vengono delocalizzate fuori dall’Italia le guide di grandi assi
strategici. Sta toccando, di fatto, alla Fiat, può toccare a Telecom e
può persino investire il destino della rete delle comunicazioni, che è
un monopolio naturale. Se la tendenza sarà questa vorrà dire che il
modello scelto per l’Italia è quello del piccolo è bello proprio quando
questo è investito dalla crisi e dalla globalizzazione. Non c’è da stare
allegri.
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Sinistra, è il
tempo della semina - di Rina Gagliardi
Un recentissimo sondaggio elettorale,
reso noto martedì sera a “Ballarò”, dà “Sinistra, ecologia e libertà” al
2,7 per cento e la Federazione Prc-Pdci al 2,1. Totale, 4, 8: una cifra
che resta al disotto sia del risultato medio ottenuto da Rifondazione
negli anni 2000 sia del 6 e qualcosa per cento guadagnato alle europee
nel 2009. Ci si può consolare, se proprio si vuole, con il fatto che,
due o tre mesi fa, i numeri erano decisamente sotto. Sì, si può ripetere
che, nei sondaggi, la sinistra radicale è sempre sottovalutata (ma
nell’aprile 2008 fu decisamente sopravvalutata da tutti). E si può
ipotizzare che, per ciò che concerne “Sel”, che lo strepitoso consenso
che Nichi Vendola ha “agguantato” nelle primarie pugliesi di domenica 23
gennaio, non ha ancora dispiegato tutti i suoi possibili effetti.
Tuttavia, in un quadro nel quale il Pd resta sotto al 30 per cento, l’Idv
va indietro e i Verdi di Bonelli all’incirca scompaiono, quel 4,8 non ha
nulla di confortante, non solo perché è diviso in due ed ogni sigla, a
sua volta, è il frutto di triple o quadruple convergenze, ma perché
rinvia un messaggio di marginalità politica ed è funzionale, forse,
soltanto a “salvare un pezzetto di pelle” (leggi qualche consigliere
regionale). Nell’insieme, l’unico dato – la sola stella - che brilla in
questo firmamento, è, giust’appunto, la figura di Nichi Vendola e la sua
possibile affermazione, nel voto di marzo, contro i due candidati del
centro e del centrodestra. Se questo succederà, il quadro generale della
sinistra usufruirà di un sensibile miglioramento e di qualche chance
in più – non è certo da sottovalutare, insomma, la “conquista di una
postazione” istituzionale come la presidenza di una grande Regione del
Sud. Ma poi?
Poi, si tratta di prender atto della
verità politica che noi (noi di “Alternative per il socialismo”) non ci
stanchiamo di ripetere da almeno tre anni: la sinistra politica non c’è
più. Non c’è più come forza capace di avanzare proposte significative e
di diffondere cultura, modelli di società – idee capaci di attraversare,
quantomeno, il senso comune. Non c’è più né come attore sociale (salvo
la generosa presenza, ancora, di tanti singoli compagni in singoli
conflitti) né come protagonista politico e, ovviamente, mediatico.
Perciò, quel 4,8 va preso sul serio. Perciò, bisognerebbe (finalmente)
collocare in cima alle nostre priorità il tema della ricostruzione – a
partire dalla discontinuità con il passato. Quella discontinuità che si
scontra, frontalmente, con la pratica continuista di “gruppi dirigenti”
(le virgolette valendo, in questo caso, più delle parole) che sembrano
condannati, nel migliore dei casi, alla pura autoreferenzialità.
Che fare, allora? Forse, dalla
battaglia vincente di Nichi Vendola ci viene qualche primo utile
insegnamento. Intanto, il presidente della Puglia ha rovesciato proprio
la perversa legge dell’autolegittimazione: è uscito dal recinto, andando
a confrontarsi con una massa larga di persone, duecentomila elettori, in
carne ed ossa. Lasciamo stare, per ora, il dibattito eventuale sulla
validità del modello primarie ed anche sul populismo: qui, l’essenziale
è stato quel “saper osare” di ascendenza maoista a cui Vendola è
ricorso, saltando (in positivo) le così dette “leggi della politica”
che, nel suo caso, prescrivevano una mediazione preventiva, con un
eventuale generoso compenso di sopravvivenza. Dipende tutto dalla
peculiare personalità di Nichi? Può darsi, certo, che Nichi stesso
costituisca un’eccezione, in quanto tale non esportabile e non
clonabile. Ma ci permettiamo di dubitare che il suo metodo, la sua
pratica, la sua “filosofia” non siano in qualche modo generalizzabili –
se, appunto, la discontinuità diventasse davvero la “cifra” comune ai
comportamenti di sinistra. In un senso preciso, il quadro attuale offre
una possibilità che non c’era quasi mai stata: la crisi del Partito
democratico. Non soltanto, e non tanto, dei suoi vertici e della sua
leadership, ma della evidente condizione di liquidità del suo corpo
complessivo – e del “bisogno di sinistra” di tanta gente, militante e
non, che al Pd fa comunque riferimento. Anche qui: una tale condizione è
“condannata” a manifestarsi soltanto nella odorosa terra di Puglia?
E’da considerarsi un’eccezione locale, trainata dall’eccezionalità di
Nichi Vendola? Vale la pena di ricordare che, quattro o cinque mesi fa,
le “azioni” del nostro Governatore erano in fortissimo ribasso e che
egli stesso veniva rappresentato come un uomo in fine carriera. Dunque,
bisognerà ammetterlo: troppo spesso non capiamo, letteralmente, ciò che
sta avvenendo sotto i nostri occhi. Rimettersi in grado di capire,
riattrezzarsi, spalancare gli occhi e sporgere le orecchie (ancora, mi
rendo conto, siamo al metodo, che però in questo caso è sostanza) e,
magari, ricominciare a studiare e a riflettere, sarebbe comunque un
interessante passo in avanti.
I tempi sono lunghi, questa è la
nostra convinzione di fondo. Ma, per non renderli eterni, bisognerebbe
almeno disporsi a una vera operazione di “semina collettiva” che
raccolga tutti, ma proprio tutti, coloro che si rendono disponibili:
nessuna scorciatoia organizzativa, nessun scioglimento, nessuna
unificazione frettolosa, ma una Rete unica di confronto paziente di idee
ed esperienze. Un grande laboratorio nazionale, incentrato sulla propria
provvisorietà, per “mappare” le risorse (e scoprire, magari, che nella
società la sinistra-sinistra, oltre continua a usufruire di molte
possibilità concrete) e lavorare alla redazione di due-tre grandi
idee-forza, da offrire al dibattito di tutta la sinistra (si fa per
dire) attuale e anche allo schieramento che, nel giro di tre anni, si
opporrà alla destra. Sembra un sogno, lo è. Eppure, a mio modesto
parere, è ciò che andrebbe fatto subito.
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Una brutta
fotografia, ma autentica - di Alfonso Gianni
Sia l’Istat che Eurispes ci restituiscono
impietosamente una fotografia dell’Italia come un paese in piena
recessione e in declino sociale. Viene certificato ciò che non era
davvero difficile prevedere: mentre la finanza riprende i suoi tristi
giochi che rischiano di fare ripiombare il mondo intero in un nuovo
great crash, esplode la crisi sociale. I dati statistici, riferiti
al nostro paese, lasciano pochi margini di dubbio. Cominciamo
dall’occupazione. L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione alla
fine del 2009 è cresciuto, siamo all’8,5%, un 1,5% in più rispetto al
dicembre 2008.
Ma
se adottassimo i criteri suggeriti dalla Banca d’Italia, che tanto
fecero arrabbiare i ministri del governo in carica, la cifra si gonfia
ben sopra il 10%. Infatti, l’ufficio studi del principale istituto
bancario aveva adottato il criterio della “occupabilità”, reinserendo
quindi nel conto la massa crescente dei cassintegrati e di coloro che
sfiduciati hanno smesso di rivolgersi agli sportelli per cercare lavoro.
Non si trattava affatto di un criterio arbitrario. Anzi correggeva la
modifica di qualche anno fa, che cancellava dalle statistiche coloro che
non avevano “attivamente” cercato lavoro nelle settimane precedenti
l’indagine. In ogni caso anche l’8,5% - 2 milioni e 138 mila persone in
cerca di occupazione - è una brutta cifra, specialmente se la
scomponiamo. Infatti il tasso di disoccupazione giovanile è giunto al
26,2%, 3 punti in più rispetto al dicembre 2008, mentre la
disoccupazione femminile è cresciuta più rapidamente di quella maschile.
Se
guardiamo ai tassi di occupazione si misura meglio l’enorme distanza che
separa il nostro paese dal resto dei paesi più forti dell’Europa e dagli
obiettivi di Lisbona proprio nel 2010, l’anno in cui questi avrebbero
dovuto essere realizzati. Infatti, il tasso di occupazione generale in
Italia è pari al 57,1%, in calo di oltre un punto da un anno a questa
parte. Il tasso di occupazione maschile è pari al 68%, essendosi ridotto
di 1,6% nel giro di dodici mesi; quello femminile è al 46,3%, poco al di
sotto di un anno fa. Sono dati che ci consegnano negli ultimi posti
della classifica dei 27 paesi della Ue, lontanissimi quindi dalle ormai
lontane e sbiadite ambizioni del Consiglio europeo di Lisbona del marzo
2000.
Le
ore di cassa integrazione hanno superato il miliardo nel corso del 2009
(634 milioni di ordinaria e 370 di straordinaria), con un incremento del
311% (che nel settore metalmeccanico arriva fino al 703%!) sull’anno
precedente. Sempre più frequente è il ricorso alla cassa in deroga, non
finanziata con i contributi dei datori di lavoro. L’astensione forzata
dal lavoro, in qualche caso(vedi Fiat) usata anche come arma di ricatto,
pesa enormemente su redditi di lavoro già ai minimi.
L’indagine di Eurispes completa la drammatica fotografia delle
condizioni dei lavoratori nel nostro paese. La retribuzione netta dei
lavoratori italiani supera di qualche spicciolo i 14.700 euro annui.
Siamo il fanalino di coda dei paesi dell’Ocse. In Europa siamo ben al di
sotto di Inghilterra, Germania, Francia e anche Spagna, per non parlare
dei paesi nordici e scandinavi. La colpa è dell’elevato cuneo fiscale
(oltre il 45% per il lavoratore single) che rende
insopportabile la distanza tra il costo del lavoro per l’impresa
(peraltro non certo uno dei più alti) e la retribuzione netta percepita
effettivamente dal lavoratore. Tutto ciò riconferma quanto già detto in
questa rubrica: l’assoluta priorità di una riforma fiscale che sposti il
peso del prelievo dal lavoro alla rendita, quale condizione
imprescindibile per affrontare le conseguenze drammatiche della crisi.
C’è persino da stupirsi della moderazione e della infinita pazienza
delle classi lavoratrici del nostro paese. Ma la situazione non potrà
certo continuare così per molto. Finora gli effetti della deflazione
salariale sono stati leggermente attutiti dalla bassa inflazione. Ma
questa sta già facendo di nuovo capolino sullo scenario economico
internazionale. Se dovesse prendere forza, in conseguenza di qualche
segnale di effettiva anche se debole ripresa, la vita di milioni di
persone che vivono di reddito fisso e che quindi pagano le tasse
diventerebbe materialmente insostenibile.
Non
per interferire, ma forse è proprio di questo che dovrebbe occuparsi con
intensità il prossimo congresso della Cgil, invece che sulle regole che
governano il peso dei pensionati nell’intera organizzazione. Peso che
comunque non andrebbe artatamente gonfiato, non solo per ragioni di
bon ton, ma perché siamo in una situazione nella quale è
principalmente il lavoro attivo ad essere messo in discussione.
Intanto il mondo finanziario persiste nei suoi appuntamenti rituali, con
il risultato di renderne sempre più evidente l’inutilità. La riunione di
Davos ce lo ha dimostrato ancora una volta. Anche se quest’anno ha
potuto svolgersi in perfetta tranquillità, non più insidiata da un
controvertice o da manifestazioni del movimento no-global. Quest’ultimo
appare bisognoso di un riposizionamento strategico, che, infatti, si sta
cercando in questi giorni in un seminario promosso dal Forum sociale
mondiale a Porto Alegre. In attesa di conoscerne gli esiti, vale però la
pena di sottolineare i toni dimessi che hanno caratterizzato la riunione
di Davos. Abbandonati i soliti trionfalismi, i “guru” del capitalismo
mondiale hanno convenuto che l’incremento del Pil statunitense,
richiamato con orgoglio anche nel recente discorso alla nazione di Obama,
non ha invertito la distruzione dei posti di lavoro, così che negli Usa
si contano oggi quasi 16 milioni di disoccupati. In sostanza, se qualche
segnale di ripresa emerge con fatica, è chiaro che si tratterà di una
jobless recovery, cioè di una crescita senza occupazione. A maggior
ragione quindi ci vorrebbero in tutta Europa politiche economiche
specificatamente indirizzate verso settori innovativi con alta
potenzialità occupazionale. Ma di queste non c’è traccia, meno che mai
nel nostro paese. Cosicchè Larry Summers, certamente uno degli esponenti
più a destra nell’Amministrazione Obama, può persino apparire uno
scatenato progressista quando fa autocritica sul fatto che negli Usa si
è prestata troppa attenzione al Pil e nessuna alla crescita dei redditi
da lavoro, e che la speranza di ripresa dell’America, è legata, oltre
che al diffuso spirito imprenditoriale, alla ricchezza demografica che
viene dall’immigrazione e alla qualità delle università di quel paese.
Senno del poi, si potrebbe dire, ma che è pur sempre meglio del senno
del mai. Del primo ne avremmo tanto bisogno.
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Gli
appuntamenti
Giovedì 4 febbraio
ore 21.00 – Mantova – Hotel la Favorita – Fausto Bertinotti
presenta il suo libro “Devi augurarti che la strada sia lunga”.
Venerdì 5 febbraio
ore 16.30 – Roma – Casa del Cinema - Villa Borghese – Sessant’anni
di Filmcritica: presentazione del libro “Senso come rischio. 60
anni di Filmcritica” (Le Mani).
Martedì 9 febbraio
ore 17.30 – Roma – Centro congressi Cavour – Via Cavour 50/a –
Presentazione del libro di Alessandro Valentini “Per il Socialismo”. Con
l’autore intervengono Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero e Achille
Occhetto. Coordina Rina Gagliardi.
Martedì 16 febbraio
ore 18.00 – Monza – Camera del Lavoro – Via Premuda 17 – “La
Sinistra fondata sul lavoro – Lavoro, organizzazione sociale e
rappresentanza politica.” Intervengono: Fausto Bertinotti, Cristina
Tajani, Roberto Romano, Ermes Riva, Tino Magni.
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