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Perchè il berlusconismo sembra imbattibile? - di Rina Gagliardi
Perché il centro-destra continua a
vincere? Perché questa volta il centrodestra ha vinto? Questa è la
domanda di fondo che corre nella testa e nel cuore della “nostra gente”,
a qualche giorno da elezioni regionali che, oltre a sancire un record
quasi storico dell’astensionismo, hanno consegnato 42 milioni di
cittadini e 6 grandi regioni del Nord e del Centro-Sud allo schieramento
leghista-berlusconiano. Una domanda del tutto logica, se è vero che
l’ultimo anno (politico, sociale e “giudiziario”) aveva alimentato
attese e speranze diverse, insomma la concreta possibilità, quantomeno,
di un’inversione di rotta. Invece, l’appuntamento di fine marzo ci ha
riservato una sola, pur splendida, eccezione: quella di Nichi Vendola in
Puglia, che per nostra fortuna va ben oltre i confini della Puglia e ci
fornisce una ricca lezione di “buona politica” nazionale. Ma è una luce
nelle tenebre, se ci è consentita un’espressione un po’ retorica. E a
quella domanda – perché il berlusconismo sembra imbattibile? –
non si può sfuggire.
In prima approssimazione, proviamo a
rispondere con una formula consapevolmente esagerata: in queste
elezioni, ha vinto il “berlusconismo senza Berlusconi”. Ha vinto la
Lega, che dilaga a Nord, sbarca nelle regioni rosse e dispone oramai di
una classe politica propria, nonché di una “visione del mondo” compatta
e riconoscibile. Ha vinto, in termini di candidature di successo, il Pdl
“finiano”. Ha perso, in voti e uomini, il Pdl del premier – l’unico
“berlusconiano doc” di queste elezioni, l’ignoto Rocco Palese voluto dal
berlusconiano doc Raffaele Fitto, è stato sconfitto, e nel panorama
d’insieme dei Governatori regionali, adesso, non ci sono figure (tranne
l’Abruzzo e la Sardegna) che rispondano direttamente al presidente del
consiglio. Insomma, la destra italiana si è rivelata in grado di
mantenere e perfino di rafforzare la sua egemonia – articolandola sul
territorio e correggendo la debolezza endemica di cui soffriva nel
governo locale – anche nel momento in cui cominciava il (lungo) tramonto
del Cavaliere. Tutti noi ci siamo lasciati un po’ obnubilare dal
forsennato attivismo mediatico che Silvio Berlusconi ha messo in campo,
nell’ultima settimana di campagna elettorale - ed è altamente
probabile che egli, in quei giorni, sia riuscito a recuperare, specie a
Roma e nel Lazio, voti incerti, elettori recalcitranti o tentati
dall’astensione. Ma nel suo insieme il voto non è stato un referendum
sul Cavaliere. E’ stata piuttosto la “prova generale” della nuova
destra. Nuova perché cavalca con forza accentuata le frontiere del
territorio da difendere (dagli stranieri), dell’egoismo sociale da
elevare a legge dello Stato (federalismo fiscale), dell’interclassismo
populista e “antipolitico” (patto sociale anti-crisi tra piccola
imprenditoria e lavoratori) che disegna un comunitarismo chiuso e
reazionario. Nuova anche perché assume fino in fondo la sfida del “buon
governo” locale. Nuova, infine, perché già comincia a prescindere dalla
leadership usurata di Silvio Berlusconi: la usa, s’intende, perché essa
è a tutt’oggi il collante più forte della coalizione, ma la usa oramai
senza soggezione e senza subalternità. Nella convinzione, fondata, che
l’egemonia politico-culturale di cui dispone può dispiegarsi nel tempo,
e stabilizzarsi oltre il Carisma del Leader.
Il fatto è che la Lega appare oggi
l’unica forza politica capace di interpretare, e intercettare, la crisi
della politica classica, che, come dice Fausto Bertinotti, in Italia si
è nutrita di due diversi e diversamente significativi soggetti – i
grandi partiti di massa e la grande borghesia. Gioca con duttilità e
“astuzia” la carta del populismo: una cultura che, da noi, è sempre
rimasta confinata nel recinto dell’opposizione e che ora approda al
Governo, offrendo una risposta simultanea sia alla crisi della
rappresentanza sia alla fine delle grandi narrazioni ideologiche sia al
consumarsi dell’unità nazionale. I leghisti, in effetti, non
“rappresentano” il popolo del nord: “sono” quel popolo, nella sua
rivolta anti-Stato, nelle sue pulsioni reazionarie, nel suo linguaggio,
nel suo senso comune. Dal punto di vista della soggettività, sono
postideologici: dimostrano di aver metabolizzato, a loro modo, la
lezione storica del Pci e anche quella della Dc. Ma sono soprattutto
loro a offrire una risposta al disagio di massa indotto dalla
globalizzazione: una risposta di destra tanto alla “paura” quanto alla
“speranza”.
Sulla base di questa pur schematica
analisi, viene forse un po’ più in luce la vera debolezza dell’attuale
opposizione: che non va cercata, allo stato, né nella sua leadership né
nei suoi programmi specifici, ma nell’assenza di un progetto politico al
tempo stesso rinnovato e di lungo periodo. Quasi il contrario di ciò che
autorevoli giornali vanno dicendo proprio in questi giorni, quando
indicano al Pd la terapia di un “papa straniero” o nella fonte salvifica
della “società civile”. E’ pur vero che il Pd tende a sottovalutare la
portata della sconfitta subita. Ma troppi dei suoi critici non vedono,
non riescono a cogliere, uno degli errori più gravi commessi in questa
campagna elettorale, anche su loro sollecitazione e iniziativa:
l’ossessione antiberlusconiana che circoscrive il senso della battaglia
da condurre contro la destra alla cacciata del Cavaliere, insomma alla
famosa “spallata” che si è rivelata, finora, non attuabile. In nome di
questa ossessione, non solo si trascura la battaglia contro la destra –
valori, contenuti, egemonia – ma si rimane prigionieri di uno schema
politico che non funziona più: il disagio sociale, pur drammatico come
quello che il Paese sta vivendo, la delusione politica, la disaffezione,
perfino, al Governo in carica e alle sue scelte, non si traducono più,
automaticamente, in un voto corrispondente. Più facilmente vanno in
astensione, ma possono continuare ad esprimersi “tranquillamente” nel
voto di sempre: perché la destra non vince sulla politica strictu sensu,
nel contenzioso contingente con l’opposizione. Vince su due assi
diversi: la protesta anti-sistema e l’idea di società. Vince perché
conquista, anche e soprattutto, consenso culturale (di “modello”) e
consenso antropologico – quella vasta “zona grigia” di comportamenti
illegali o borderline tra legalità e illegalità che l’insieme del
berlusconismo garantisce e lascia correre, in nome della “politica del
fare”. Vince, infine, perché, in questa ottica, non ha di fronte a sé
avversari all’altezza. La sinistra politica continua a “non essere” come
idea di società e alternativa riconoscibile al berlusconismo, al
leghismo – insomma alla destra.
C’è un’eccezione, dicevamo:
l’esperienza pugliese, le “fabbriche di Nichi”, una sinistra di forte
innovazione che può rinascere dal e sul territorio. E tornare a vincere,
se nei prossimi tre anni saremo all’altezza di svilupparne la lezione.
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