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      Newsletter n°4/2010
 

 

    Fausto Bertinotti commenta le recenti elezioni francesi ed italiane e presenta il numero 12 della rivista

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     Perchè il berlusconismo sembra imbattibile? - di Rina Gagliardi

Perché il centro-destra continua a vincere? Perché questa volta il centrodestra ha vinto? Questa è la domanda di fondo che corre nella testa e nel cuore della “nostra gente”, a qualche giorno da elezioni regionali che, oltre a sancire un record quasi storico dell’astensionismo, hanno consegnato 42 milioni di cittadini e 6 grandi regioni del Nord e del Centro-Sud allo schieramento leghista-berlusconiano. Una domanda del tutto logica, se è vero che l’ultimo anno (politico, sociale e “giudiziario”) aveva alimentato attese e speranze diverse, insomma la concreta possibilità, quantomeno, di un’inversione di rotta. Invece, l’appuntamento di fine marzo ci ha riservato una sola, pur splendida, eccezione: quella di Nichi Vendola in Puglia, che per nostra fortuna va ben oltre i confini della Puglia e ci fornisce una ricca lezione di “buona politica” nazionale. Ma è una luce nelle tenebre, se ci è consentita un’espressione un po’ retorica. E a quella domanda – perché il berlusconismo sembra imbattibile? – non si può sfuggire.

In prima approssimazione, proviamo a rispondere con una formula consapevolmente esagerata: in queste elezioni, ha vinto  il “berlusconismo senza Berlusconi”. Ha vinto la Lega, che dilaga a Nord, sbarca nelle regioni rosse e dispone oramai di una classe politica propria, nonché di una “visione del mondo” compatta e riconoscibile. Ha vinto, in termini di candidature di successo, il Pdl “finiano”. Ha perso, in voti e uomini, il Pdl del premier – l’unico “berlusconiano doc” di queste elezioni, l’ignoto Rocco Palese voluto dal berlusconiano doc Raffaele Fitto, è stato sconfitto, e nel panorama d’insieme dei Governatori regionali, adesso, non ci sono figure (tranne l’Abruzzo e la Sardegna) che rispondano direttamente al presidente del consiglio. Insomma, la destra italiana si è rivelata in grado di mantenere e perfino di rafforzare la sua egemonia – articolandola sul territorio e correggendo la debolezza endemica di cui soffriva nel governo locale – anche nel momento in cui cominciava il (lungo) tramonto del Cavaliere. Tutti noi ci siamo lasciati un po’ obnubilare dal forsennato attivismo mediatico che Silvio Berlusconi ha messo in campo, nell’ultima settimana di campagna elettorale -  ed è  altamente probabile che egli, in quei giorni,  sia riuscito a recuperare, specie a Roma e nel Lazio, voti incerti, elettori recalcitranti o tentati dall’astensione. Ma nel suo insieme il voto non è stato un referendum sul Cavaliere. E’ stata piuttosto la “prova generale” della nuova destra. Nuova perché cavalca con forza accentuata le frontiere del territorio da difendere (dagli stranieri), dell’egoismo sociale da elevare a legge dello Stato (federalismo fiscale), dell’interclassismo populista e “antipolitico” (patto sociale anti-crisi tra piccola imprenditoria e lavoratori) che disegna un comunitarismo chiuso e reazionario. Nuova anche perché assume fino in fondo la sfida del “buon governo” locale. Nuova, infine, perché già comincia a prescindere dalla leadership usurata di Silvio Berlusconi: la usa, s’intende, perché essa è a tutt’oggi il collante più forte della coalizione, ma la usa oramai senza soggezione e senza subalternità. Nella convinzione, fondata, che l’egemonia politico-culturale di cui dispone può dispiegarsi nel tempo, e stabilizzarsi oltre il Carisma del Leader.

Il fatto è che la Lega appare oggi l’unica forza politica capace di interpretare, e intercettare, la crisi della politica classica, che, come dice Fausto Bertinotti,  in Italia si è nutrita di due diversi e diversamente significativi soggetti – i grandi partiti di massa e la grande borghesia. Gioca con duttilità e “astuzia” la carta del populismo: una cultura che, da noi, è sempre rimasta confinata nel recinto dell’opposizione e che ora approda al Governo, offrendo una risposta simultanea sia alla crisi della rappresentanza sia alla fine delle grandi narrazioni ideologiche sia al consumarsi dell’unità nazionale. I leghisti, in effetti, non “rappresentano” il popolo del nord: “sono” quel popolo, nella sua rivolta anti-Stato, nelle sue pulsioni reazionarie, nel suo linguaggio, nel suo senso comune. Dal punto di vista della soggettività, sono postideologici: dimostrano di aver metabolizzato, a loro modo, la lezione storica del Pci e anche quella della Dc. Ma sono soprattutto loro a offrire una risposta al disagio di massa indotto dalla globalizzazione: una risposta di destra tanto alla “paura” quanto alla “speranza”.

Sulla base di questa pur schematica analisi, viene forse un po’ più in luce la vera debolezza dell’attuale opposizione: che non va cercata, allo stato, né nella sua leadership né nei suoi programmi specifici, ma nell’assenza di un progetto politico al tempo stesso rinnovato e di lungo periodo. Quasi il contrario di ciò che autorevoli giornali vanno dicendo proprio in questi giorni, quando indicano al Pd la terapia di un “papa straniero” o nella fonte salvifica della “società civile”. E’ pur vero che il Pd tende a sottovalutare la portata della sconfitta subita. Ma troppi dei suoi critici non vedono, non riescono a cogliere, uno degli errori più gravi commessi in questa campagna elettorale, anche su loro sollecitazione e iniziativa: l’ossessione antiberlusconiana che circoscrive il senso della battaglia da condurre contro la destra alla cacciata del Cavaliere, insomma alla famosa “spallata” che si è rivelata, finora, non attuabile. In nome di questa ossessione, non solo si trascura la battaglia contro la destra – valori, contenuti, egemonia – ma si rimane prigionieri di uno schema politico che non funziona più: il disagio sociale, pur drammatico come quello che il Paese sta vivendo, la delusione politica, la disaffezione, perfino, al Governo in carica e alle sue scelte, non  si traducono più, automaticamente, in un voto corrispondente. Più facilmente vanno in astensione, ma possono continuare ad esprimersi “tranquillamente” nel voto di sempre: perché la destra non vince sulla politica strictu sensu, nel contenzioso contingente con l’opposizione. Vince su due assi diversi: la protesta anti-sistema e l’idea di società. Vince perché conquista, anche e soprattutto, consenso culturale (di “modello”) e consenso antropologico – quella vasta “zona grigia” di comportamenti illegali o borderline tra legalità e illegalità che l’insieme del berlusconismo garantisce e lascia correre, in nome della “politica del fare”. Vince, infine, perché, in questa ottica, non ha di fronte a sé avversari all’altezza. La sinistra politica continua a “non essere” come idea di società e alternativa riconoscibile al berlusconismo, al leghismo – insomma alla destra.

C’è un’eccezione, dicevamo: l’esperienza pugliese, le “fabbriche di Nichi”, una sinistra di forte innovazione che può rinascere dal e sul territorio. E tornare a vincere, se nei prossimi tre anni saremo all’altezza di svilupparne la lezione.