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         Newsletter n°5/2010
 

 

ED Vorrei che oggi in una ragazza entrasse una goccia della sua passione - di Fausto Bertinotti

Rina già ci manca. Da subito. Ci manca la persona con la quale potevi parlare di cose importanti, e ci manca lo scoppio della sua risata. Cos’era quella risata? Era un interrogativo. Ci avvertiva, ci metteva in guardia: «Ehi, ma siamo sicuri di quello che stiamo dicendo?». Rina coltivava il dubbio che le aveva insegnato un comune maestro: Pietro Ingrao.

Non sentiremo più la risata di Rina. Già: se ne va una parte di noi, una parte di una piccola storia con grandi ambizioni. Se ne va una delle esponenti più brillanti e più forti di una generazione che ha lottato e che ha perso. E se ne va una di quelle che non si sono arrese. È forse l’ultima generazione che ha potuto intraprendere il cammino della politica come scelta di vita. Ma Rina in questa scelta di vita non ha messo il totus politicus. Ha cercato in altri terreni il bello, il sublime. Il sublime della musica, per esempio. Rina si emozionava non quando riceveva il riconoscimento di un grande dirigente politico per un suo saggio, o per un suo articolo: si emozionava per la telefonata di un direttore d’orchestra.

A Rina piaceva il sublime ma piaceva anche la terra. Le piaceva il calcio. La sua squadra: la Fiorentina. Conosceva la Fiorentina con la stessa scrupolosità con la quale conosceva i termini del dibattito tra Rosa Luxemburg e Lenin. La formazione del ‘69, la formazione del ‘56. Rompeva lo schema e la distanza tra cultura alta e bassa.

Rina è stata una parte di noi. Ma è stata anche unica. Intellettuale di impegno, ma intellettuale raffinata. Senza che la sua raffinatezza fosse il cinismo dell’intelligenza. Presenza unica nel suo candore, che non è stato un disarmo ma è stato la coltivazione di una innocenza che nella politica, in genere, si perde. Lei non l’ha mai perduta. E senza quella innocenza la politica viene sepolta nel realismo e nel cinismo.

Unica anche come giornalista. Grande giornalista. Erede di Pintor ma di scrittura originale. Aveva il dono della scrittura. Mi sono sempre chiesto come poteva accadere questo miracolo della scrittura, questa sua capacità di mediazione intellettuale. Giornalista rara, capace con un pezzo di informare, criticare, interpretare. E poi capace di uscire dal giornalismo per andare verso la vita.

I suoi 25 anni al manifesto sono stati importantissimi. L’amicizia con tante compagne e compagni, e poi il legame specialissimo con Ritanna Armeni.

Veniva dalla normale di Pisa. Non ha mai rimosso niente della sua storia. Alla Normale aveva conosciuto D’Alema e Mussi, una complicità che le restò sempre, non se ne liberò mai del tutto e mai la nascose.

Al manifesto è stata insieme ai grandi maestri: Pintor, Rossanda, Castellina, Magri, Natoli, Parlato. Da loro ha imparato ad essere una donna di conflitto politico. Anche di conflitto duro; eppure non ho mai letto una volgarità o un insulto gratuito scritti da lei. Ha diretto, con Paissan, il manifesto, poi, con Curzi, Liberazione, infine ha partecipato alla creazione de Gli Altri. Di un giornale non le interessavano mai le copie vendute, o il prestigio, o la capacità di influenza nel gotha politico: le interessava la capacità di scandagliare, di stare dalla parte giusta.

E così, con coraggio, venne a Rifondazione comunista, nel momento più difficile. Quando tutti ci volevano morti. Tutti ci imputavano di avere avuto l’ardire di dire di no al governo Prodi. Eravamo in un isolamento granitico. Lei se ne fregava dell’isolamento, lo ruppe e venne da noi. L’impegno politico talvolta può contenere questa capacità di darsi, di gratuità.

Rina è sempre stata impegnata nelle tante sfide che da allora sono venute. Per esempio nella prova della rottura con lo stalinismo. E non ditemi: «troppo facile!». No, non era facile per niente, e infatti lo si vede ancora oggi, in ogni contrada, in ogni piccola organizzazione, quanto lo stalinismo sia ancora forte, quanto sia forte la protervia dell’aggressione interpersonale, della visione del nemico come prossimo e vicino a te. Rina non ha mai avuto questo vizio assurdo. E così abbiamo tentato quel salto della nonviolenza.

Con lei ho avuto uno scambio particolare, nella scrittura, nelle idee. Se in politica si può usare il termine di fratellanza e sorellanza, sono stato fratello di Rina e lei mi è stata sorella.

Adesso mi viene da dire: “Compagna Gagliardi”. Quante volte ho usato questa formula per darle la parola, a un congresso, a un convegno, alla presentazione di un libro! Compagna: che bella parola, forse è la più bella della storia da cui veniamo. La storia di una comunità nella quale Rina è cresciuta e ha vissuto. E un’altra parola molto bella è: fraternamente. Che però non si usa più.

Cara Rina, compagna, sorella, vorrei davvero che in una ragazza di diciott’anni che per la prima volta va alla normale di Pisa, l’anno prossimo, entrasse una goccia della tua passione rivoluzionaria. E vorrei, Rina, che oggi noi compagni e amici tuoi prendessimo un impegno, mentre salutiamo insieme le tue asprezze, la tua tenerezza e la tua umanità. Sei stata capace di farti volere bene nella comunità che hai scelto. Una comunità che troppo spesso è tartassata da rivalità odiose, da mediocrità. Io penso che se domani la sinistra rinascerà è perché ha riscoperto questa dote che tu avevi. Quella della fraternità. Questo impegno vorrei che prendessimo: a riscoprire la fraternità. Se vogliamo cambiare il mondo è venuta l’ora di cambiare un po’ noi stessi, non è vero cara Rina? Non è vero compagna Rina?