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ED
Vorrei che
oggi in una ragazza entrasse una goccia della sua passione -
di Fausto Bertinotti
Rina già ci
manca. Da subito. Ci manca la persona con la quale potevi parlare di
cose importanti, e ci manca lo scoppio della sua risata. Cos’era quella
risata? Era un interrogativo. Ci avvertiva, ci metteva in guardia: «Ehi,
ma siamo sicuri di quello che stiamo dicendo?». Rina coltivava il dubbio
che le aveva insegnato un comune maestro: Pietro Ingrao.
Non sentiremo
più la risata di Rina. Già: se ne va una parte di noi, una parte di una
piccola storia con grandi ambizioni. Se ne va una delle esponenti più
brillanti e più forti di una generazione che ha lottato e che ha perso.
E se ne va una di quelle che non si sono arrese. È forse l’ultima
generazione che ha potuto intraprendere il cammino della politica come
scelta di vita. Ma Rina in questa scelta di vita non ha messo il
totus politicus. Ha cercato in altri terreni il bello, il sublime.
Il sublime della musica, per esempio. Rina si emozionava non quando
riceveva il riconoscimento di un grande dirigente politico per un suo
saggio, o per un suo articolo: si emozionava per la telefonata di un
direttore d’orchestra.
A Rina piaceva
il sublime ma piaceva anche la terra. Le piaceva il calcio. La sua
squadra: la Fiorentina. Conosceva la Fiorentina con la stessa
scrupolosità con la quale conosceva i termini del dibattito tra Rosa
Luxemburg e Lenin. La formazione del ‘69, la formazione del ‘56. Rompeva
lo schema e la distanza tra cultura alta e bassa.
Rina è stata
una parte di noi. Ma è stata anche unica. Intellettuale di impegno, ma
intellettuale raffinata. Senza che la sua raffinatezza fosse il cinismo
dell’intelligenza. Presenza unica nel suo candore, che non è stato un
disarmo ma è stato la coltivazione di una innocenza che nella politica,
in genere, si perde. Lei non l’ha mai perduta. E senza quella innocenza
la politica viene sepolta nel realismo e nel cinismo.
Unica anche
come giornalista. Grande giornalista. Erede di Pintor ma di scrittura
originale. Aveva il dono della scrittura. Mi sono sempre chiesto come
poteva accadere questo miracolo della scrittura, questa sua capacità di
mediazione intellettuale. Giornalista rara, capace con un pezzo di
informare, criticare, interpretare. E poi capace di uscire dal
giornalismo per andare verso la vita.
I suoi 25 anni
al manifesto sono stati importantissimi. L’amicizia con tante
compagne e compagni, e poi il legame specialissimo con Ritanna Armeni.
Veniva dalla
normale di Pisa. Non ha mai rimosso niente della sua storia. Alla
Normale aveva conosciuto D’Alema e Mussi, una complicità che le restò
sempre, non se ne liberò mai del tutto e mai la nascose.
Al
manifesto è stata insieme ai grandi maestri: Pintor, Rossanda,
Castellina, Magri, Natoli, Parlato. Da loro ha imparato ad essere una
donna di conflitto politico. Anche di conflitto duro; eppure non ho mai
letto una volgarità o un insulto gratuito scritti da lei. Ha diretto,
con Paissan, il manifesto, poi, con Curzi, Liberazione,
infine ha partecipato alla creazione de Gli Altri. Di un giornale
non le interessavano mai le copie vendute, o il prestigio, o la capacità
di influenza nel gotha politico: le interessava la capacità di
scandagliare, di stare dalla parte giusta.
E così, con
coraggio, venne a Rifondazione comunista, nel momento più difficile.
Quando tutti ci volevano morti. Tutti ci imputavano di avere avuto
l’ardire di dire di no al governo Prodi. Eravamo in un isolamento
granitico. Lei se ne fregava dell’isolamento, lo ruppe e venne da noi.
L’impegno politico talvolta può contenere questa capacità di darsi, di
gratuità.
Rina è sempre
stata impegnata nelle tante sfide che da allora sono venute. Per esempio
nella prova della rottura con lo stalinismo. E non ditemi: «troppo
facile!». No, non era facile per niente, e infatti lo si vede ancora
oggi, in ogni contrada, in ogni piccola organizzazione, quanto lo
stalinismo sia ancora forte, quanto sia forte la protervia
dell’aggressione interpersonale, della visione del nemico come prossimo
e vicino a te. Rina non ha mai avuto questo vizio assurdo. E così
abbiamo tentato quel salto della nonviolenza.
Con lei ho
avuto uno scambio particolare, nella scrittura, nelle idee. Se in
politica si può usare il termine di fratellanza e sorellanza, sono stato
fratello di Rina e lei mi è stata sorella.
Adesso mi
viene da dire: “Compagna Gagliardi”. Quante volte ho usato questa
formula per darle la parola, a un congresso, a un convegno, alla
presentazione di un libro! Compagna: che bella parola, forse è la più
bella della storia da cui veniamo. La storia di una comunità nella quale
Rina è cresciuta e ha vissuto. E un’altra parola molto bella è:
fraternamente. Che però non si usa più.
Cara Rina,
compagna, sorella, vorrei davvero che in una ragazza di diciott’anni che
per la prima volta va alla normale di Pisa, l’anno prossimo, entrasse
una goccia della tua passione rivoluzionaria. E vorrei, Rina, che oggi
noi compagni e amici tuoi prendessimo un impegno, mentre salutiamo
insieme le tue asprezze, la tua tenerezza e la tua umanità. Sei stata
capace di farti volere bene nella comunità che hai scelto. Una comunità
che troppo spesso è tartassata da rivalità odiose, da mediocrità. Io
penso che se domani la sinistra rinascerà è perché ha riscoperto questa
dote che tu avevi. Quella della fraternità. Questo impegno vorrei che
prendessimo: a riscoprire la fraternità. Se vogliamo cambiare il mondo è
venuta l’ora di cambiare un po’ noi stessi, non è vero cara Rina? Non è
vero compagna Rina? |